#25Aprile. Giuseppe Albano, il "Gobbo del Quarticciolo"
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«Tutti ricordano le famose «retate» dei gobbi, effettuate dalla polizia fascista per impadronirsi dell’imprendibile «Gobbo del Quarticciolo», il ragazzo patriota Giuseppe Albano, nato nel 1926, abitante in viale delle Ciliegie 187. I nazifascisti lo avevano segnalato come elemento pericolosissimo e avevano raccomandato agli agenti di fare uso delle armi al primo accenno di reazione o di resistenza da parte sua. Ma il «Gobbo», intorno al quale ben presto aleggiò un’atmosfera leggendaria, era introvabile. Il diciassettenne Giuseppe Albano può decisamente considerarsi la «Primula Rossa» del nostro periodo clandestino. Sul suo capo gravava la taglia di un milione e mezzo di lire per l’uccisione di 16 fascisti e di una ottantina di tedeschi”.
Sono le prime righe di un articolo pubblicato nell’immediato dopoguerra romano. La città era ormai libera dall’occupazione e alcuni di quelli che avevano partecipato alla Resistenza avrebbero regolato i conti con chi prima si era compromesso con il regime fascista. Fra costoro era un personaggio, soprannominato il Gobbo del Quarticciolo, che qualche mese dopo, alla età di appena 18 anni, sarebbe rimasto ucciso da un colpo di pistola sparato nell’oscurità dell’androne di un palazzo di Via Fornovo nel quartiere Prati. Correva il 16 gennaio 1945. Ma chi era Giuseppe Albano?
Giuseppe Albano era giunto insieme alla famiglia dalla Calabria a Roma all’età di 10 anni, stabilendosi al Quarticciolo, borgata nella periferia a sud est della capitale. Una caduta gli aveva causato una malformazione che gli aveva guadagnato l’epiteto di “gobbo”. Piccolo di statura, con un aspetto malaticcio, indossava sempre un cappello borsalino che ne aumentava il carisma di cui la sua persona era dotata. Si distinse presto per una serie di malefatte commesse con altri coetanei del quartiere ma anche per avere partecipato ad alcuni episodi della resistenza romana contro i nazifascisti. Dopo l’8 settembre del ‘43, a soli 16 anni e con ancora i calzoni corti, si ritrovò a respingere l’avanzata dei tedeschi a fianco di soldati e altri civili a Porta San Paolo e poi ancora vicino a Piazza Vittorio. Si conquistò la fiducia di altri partigiani con cui si unì, come Franco Napoli detto “Felice”, nella lotta all’antifascismo.
Nei mesi successivi, insieme ad altri ragazzi di borgata, fu autore di espropri proletari, disarmamenti, conflitti a fuoco, assalti a treni e a forni –spesso la refurtiva veniva distribuita alla popolazione - realizzate con rapidità e altrettante abilità nel dileguarsi tanto da indurre il comando tedesco, che non ne conosceva l’identità, a ordinare nell’aprile del '44 l'arresto di tutti i gobbi di Roma. L’uccisione di tre soldati tedeschi avvenuta durante un assalto con la sua banda a un’osteria sulla Tuscolana fu tra le cause del rastrellamento del Quadraro, che il 17 aprile 1944 portò alla deportazione di circa 700 persone. Anche Albano fu arrestato e condotto in Via Tasso dove venne torturato (alla presenza di Beniamino Gigli, come testimonia l’articolo citato, all’epoca tenore di successo). Scampato alla morte in circostanze non chiare, dopo la liberazione si mise a disposizione della Questura per catturare i torturatori di Via Tasso e costituì una banda di pregiudicati con sede al Quarticciolo, dedita a furti ed espropri a danno di arricchiti della borsa nera ed ex fascisti. Tra le vittime fu anche il tenore Beniamino Gigli, accusato di collaborazionismo perché aveva cantato al Teatro dell’Opera in presenza di militari tedeschi e gerarchi fascisti. Gigli fu derubato e picchiato, la sua villa venne saccheggiata. La leggenda del "Gobbo" ebbe fine con l'uccisione di un soldato inglese che scatenò un'imponente caccia all'uomo: il 16 gennaio 1945 Albano cadde in un'imboscata, probabilmente su segnalazione di un delatore, in via Fornovo. Sulla sua morte, attribuita secondo la versione ufficiale a un conflitto a fuoco contro i carabinieri, sono state fatte ipotesi diverse lasciandola così avvolta in un mistero non risolto.
Giuseppe
Albano era probabilmente un personaggio scomodo per la società del primo
dopoguerra, non potendo essere inquadrato in alcun schieramento politico
regolare. Partigiano e bandito allo stesso tempo, venne considerato dalle fasce
più povere della popolazione quasi un Robin Hood, anche se per molti in realtà
era il capo di una banda di delinquenti in guerra con clan rivali per spartirsi
il territorio.
Alla figura di Giuseppe Albano si è ispirato il “Il gobbo”, film diretto
da Carlo Lizzani nel 1960 e ambientato sullo sfondo dell’occupazione
nazista e del primo dopoguerra delle borgate romane, in cui è una delle
prime apparizioni sullo schermo di Pier Paolo Pasolini.
Le immagini fanno parte del fascicolo del processo alla banda del
Gobbo nel fondo Corte d’Assise e sono conservate nella nostra sede di
Galla Placidia, ricca di carte e immagini preziose per la storia del
Novecento.
#Resistenza #75°Liberazione #laculturanonsiferma #iorestoacasa
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