La cultura non si ferma - La Bandiera sbagliata, per ironia o per compiacenza.
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InfoDescrizione
In un documento notarile del 1799 un sacerdote descrive il lungo e travagliato ritorno in patria via mare da Napoli. Burrasche, assalto di rivoltosi e predatori, carcerazione e interrogatorio a causa della sostituzione di una bandiera, avvenuta nel luogo e nel momento sbagliato. Era l’anno in cui la rivolta partenopea si accingeva a scrivere una delle pagine più interessanti della storia italiana con la proclamazione della Repubblica napoletana mentre la Calabria tenacemente manteneva molti focolai di resistenza all’ideale repubblicano.
Alle pagine della storia ufficiale se ne possono aggiungere altre come questa, apparentemente marginale ai grandi ideali di libertà e cambiamento che però vale la pena di raccontare per l’originalità e curiosità.
Rende, 10 aprile 1799 - Il sacerdote don Gaspare Greco di Rende testimonia che il giorno 20 marzo corrente anno si era imbarcato a Napoli, per tornare nella sua terra, con altri trentacinque passeggeri originari di diversi paesi della provincia di Cosenza, su una “filuca” presa a nolo da Macario Bavaso di Belvedere, con bandiera repubblicana, portandosi dietro “le sue robbe riposte dentro un baullo, ed una cassa di valore circa ducati trecento, oltre del letto in due materazzi, due coscini, due panni di fero ed un quadro della Vergine santissima”.
A causa del maltempo,“pria di prendere le bocche di Capri”, dovettero fermarsi sette giorni a Massa. Ripreso il viaggio alla volta di Belvedere, furono costretti ancora una volta, a causa del mare in tempesta, a sbarcare sulla spiaggia di Cirella con “inalberata la bandiera dell’imaginaria Repubblica” ignorando, “che le Calabrie erano Realizzate, stante la mancanza della posta”. Accortisi dalle “grida di giubilo proferiti da tutti, viva il Re, viva Ferdinando IV nuovo sovrano, si abbassò la bandiera repubblicana” e si inalberò quella reale, ma furono assaliti da un gruppo di individui armati che saccheggiarono l’imbarcazione, legarono i passeggeri e li trasportarono “in un orrido carcere di Diamante innocentemente”.
Nei giorni seguenti il sacerdote, “per avere la libertà” fu costretto dal governatore a deporre sulle idee politiche dei compagni, e dichiarò di non aver mai udito durante il viaggio discorsi contrari alla monarchia, “per ironia o per compiacenza”. Di essi ricorda solo alcuni nomi: il reverendo don Gioacchino Baviera di Torano, don Domenico Pelosi di Lago, don Saverio Vitetti di Cirò. Precisa inoltre che eventuali discordanze tra la testimonianza resa al notaio e la deposizione richiesta dal governatore sono da imputarsi all’astuzia di quest’ultimo ed alla sua buona fede, in quanto firmò la deposizione senza leggerla pur di sottrarsi alla prigione.
ASCS Not. Giovanni Antonio Monaco, n. 498, 1799, cc. 42-44
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