Iscriviti alla newsletter
Un' "Aida" intimista apre la stagione romana
Testo del comunicato
Chi scrive queste righe, melomane errante dall’età della pubertà o giù di lì, ha avuto modo di assistere nel lontano gennaio 1969 a una rappresentazione al Teatro dell’Opera del Cairo. Si trattava della celebrazione per il centenario dell’apertura dell’edificio, un grazioso teatro all’italiana di 7-800 posti con tre ordini di palchi e barcacce, distrutto da un incendio all’inizio degli anni ‘70. Per dare un’idea, rassomigliava a un teatro tipo il Nuovo di Spoleto o il Valle di Roma. Un secolo prima il Teatro dell’Opera del Cairo era stato inaugurato non dall’“Aida”, opera che era stata commissionata per quello scopo dopo una gara internazionale a cui avevano partecipato oltre Verdi anche Gounod e Wagner, ma da un “Rigoletto” organizzato da quelle che allora si chiamavano “compagnie di giro”: La guerra franco-prussiana, infatti, aveva reso impossibile il trasporto, via mare, di scene e costumi di “Aida” confezionati a Parigi. La prima impressione che dava il teatro era il suo carattere intimo con un’acustica magnifica, ai livelli di quel prodigio che è il “Massimo Bellini” di Catania. Lo stesso palcoscenico era poco profondo e con un boccascena di dimensioni tutt’altro che grandi. Se sulla scena le masse (coro e comparse) potevano essere una cinquantina, il golfo mistico poteva ospitare 50-60 orchestrali al massimo. Neppure in quel gennaio 1969 si rappresentò l’“Aida”, ma un allestimento di un teatro minore russo di un’opera poco nota del repertorio tedesco portata in tournée in “paesi amici” (si era in piena guerra fredda e l’Egitto, o meglio, la Repubblica Araba Unita era chiaramente schierata).
Chi ha visitato quel teatro egiziano capisce immediatamente che l’“Aida” pensata da Verdi era molto differente da quella della vulgata dei magniloquenti allestimenti correnti. Lo chiarisce la lettura della partitura. Un esempio: non si richiedono quattro o addirittura sei arpe, ma due di cui una in scena in modo da potere essere suonate da una sola arpista. “Aida” è, in effetti, un’opera intimista anche se le scene a due o tre personaggi sono incastonate in momenti corali e un grande concertato chiude il secondo atto. È la prima delle tre opere “perfette” di Verdi, che non aveva ancora assistito al “Lohengrin”, ma aveva già superato il melodramma e si era posto su un sentiero non molto differente dal musikdrama wagneriano: flusso orchestrale ininterrotto nelle sette scene (pur se ancora divise in “numeri”), equilibrio mirabile tra golfo mistico e voci, integrazione completa dei ballabili nelle singole scene, impiego del declamato e utilizzazione di motivi conduttori in forma non mnemonica ma sintattica (si pensi alle “riprese” del notturno d’archi ascoltato inizialmente nel preludio e ripetuto, con varie modificazioni, in più momenti dell’opera). A un esame attento, la partitura è densa di inquietudini e presagi novecenteschi: non quelli che sarebbero stati sviluppati in Germania, ma quelli che avrebbe coltivato “La Giovane Scuola” pur in aperta polemica con la poetica verdiana.
Tra il 2001 ed il 2004, la Fondazione Toscanini ha portato in giro in Italia e all’estero un’“Aida” quasi come la avrebbe voluta Verdi. Il “quasi” è d’obbligo a motivo di alcuni tagli ai ballabili per ragioni di economia e di trasporto. L’allestimento nasceva da un’idea geniale di quel diavolaccio di Franco Zeffirelli autore di regia e scene. Scene dipinte di un Egitto vagamente art déco, una recitazione accuratissima da parte di un cast giovane scelto tramite una selezione internazionale, cinquanta brillanti e giovani orchestrali, danze ridotte al minimo ma con Carla Fracci nel ruolo di sacerdotessa. Non era un’ “Aida” iconografica: puntava sul dramma d’amore e gelosia con un Amneris principessina capricciosa e impudente più che sul contesto politico-spettacolare. Questa lettura faceva sì che si comprendesse ciascuna parola, anzi ciascuna intonazione, di un libretto meno banale di quanto presentato dalla vulgata su Verdi. È utile ricordare l’“Aida” “intimista” di Zeffirelli proprio per sottolinearne le differenze rispetto a quella “intimista” per la regia, le scene e le luci di Robert Wilson, i costumi di Jacques Reynaud e la coreografia di Johah Bokaer che ha inaugurato la stagione 2009 del Teatro dell’Opera di Roma.
Una stagione molto attesa in quanto dovrebbe rappresentare una vera e propria svolta del teatro lirico della Capitale per farlo tornare al primato di un tempo. Un cartellone basato su collaborazioni internazionali (e con tre “prime” mondiali), grande enfasi sul “teatro di regia”, nuovi titoli coniugati con titoli antichi in vesti innovativa. In un teatro spesso incolore ove non addormentato, la sera della “prima” ci sono state vivaci polemiche. Ben vengano: l’opera, come qualsiasi espressione artistica, vive e si alimenta di dibattito e anche di polemiche, se necessario, prossime allo scontro (sempre che si resti in un ambito civile). Quella di Wilson è un’“Aida” “intimista” che si giustappone a quella di Zeffirelli di cui probabilmente non ha visto neanche un dvd. Stilizzato e moderno Bob Wilson tanto quanto prezioso e liberty Zeffirelli. L’Egitto è appena accennato da alcuni elementi scenici. La visione è bidimensionale, non tridimensionale: non ci sono, quindi, giochi di prospettive e interpreti e masse guardano il pubblico. La recitazione è ispirata ai geroglifici egiziani e al teatro No giapponese. I giochi di luci esprimono stati d’animo, in linea con la musica. Lo spettacolo resta a Roma sino al 30 gennaio e si può anche vedere al Covent Garden di Londra e a La Monnaie di Bruxelles che lo co-producono.
Un evento il cui grande rigore stride con la direzione musicale di Daniele Oren osannato dal pubblico romano, specialmente da quello più tradizionalista. Oren è ormai un abitudinario di “Aida” in grandi spazi come l’Arena di Verona: affretta i tempi, utilizza la bacchetta e il braccio con forza, guarda al melodramma non ai presagi novecenteschi. Un maestro concertatore come Kazushi Ono (alla guida de La Monnaie) o Zubin Mehta avrebbero meglio integrato la direzione musicale con gli eleganti giochi visivi di Robert Wilson. La cinese Hui He ha trionfato nel ruolo della protagonista ottenendo l’applauso anche di chi contestava Wilson: ha un timbro chiarissimo, vasta estensione, perfetta dizione. Salvatore Licitra, star del Metropolitan, è tornato a Roma dopo dieci anni: una sbavatura in “Celeste Aida” lo ha costretto a scivolare da un “do” acuto in un falsetto ma ha tenuto benissimo il terzo atto terrificante per i tenori, tanto da risultare fatale ad Alagna alla Scala. Giovanna Casolla è ormai un mezzo-soprano: volume, a volte, eccessivo. Ambrogio Maestri mantiene un’alta qualità. Carlo Colombara è un capo dei sacerdoti di livello. In breve: uno spettacolo da consigliare e che indica un nuovo corso che potrà non piacere a tutti ma intende svegliare il teatro della Capitale e riportarlo ai fasti di un tempo.
(Fonte dati: "Il Velino Cultura")