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Intervista al Ministro sulle prospettive cel Cinema. Bondi: “sì a un cinema che guarda alla realtà e si radica nel territorio”
Testo del comunicato
«Il cinema italiano non è mai stato così brillante e competitivo. Quest'anno, poi, due film italiani molto belli corrono in Usa con la speranza di riuscire a conquistare un buon posiziona-mento per l'Oscar. Stanno crescendo nuovi autori e nuovi produttori che sanno guardare al futuro con razionale ottimismo. Tutto ciò, è bene dirlo e ripeterlo, sta accadendo anche e soprattutto grazie al processo virtuoso messo in moto dal centrodestra». Il ministro Sandro Bondi è determinato più che mai. «Mi sono assunto un impegno molto delicato. Al ministro Tremonti ho spiegato le ragioni per cui vale la pena confermare per i prossimi tre anni le misure di agevolazione fiscale. Queste agevolazioni hanno un effetto moltiplicatore. Ogni euro non incassato dall'Erario per tax credit o tax shelter si tramuta in più di 3 euro investiti nel territorio e nelle nostre imprese del cinema. Ci sono studi molto ben documentati che lo dimostrano».
Signor Ministro lei parla di un processo virtuoso avviato dal centrodestra. Il mondo del cinema sembra pensarla in modo differente.
«Si deve fare una distinzione. Ci sono infatti le piazze dove la logica della politica prevale sul buon senso e dove ogni cavillo è buono per strillare allo scandalo. Ci sono poi le sedi delle imprese dove invece sono il realismo e il pragmatismo a prevalere anche a dispetto delle convinzioni politiche. Il periodo magico del Fondo di Rotazione con finanziamenti a pioggia a chiunque sapesse mettere insieme il fantasma di un progetto cinematografico è finito. Adesso sul mercato sono rimasti solo coloro che sono animati da un autentico spirito imprenditoriale».
Il Fondo Unico dello Spettacolo è ormai ridotto all'ombra di se stesso.
«Mi sto impegnando affinché non solo venga ristabilito un minimo di equilibrio con le cifre del passato, ma anche perché ci sia certezza della somma in tempi ragionevoli per l'attuazione dei programmi dell'anno solare in corso. La situazione di difficoltà generale è nota e coloro che scrivono della mia scarsa attenzione al tema sanno di non essere in buona fede. Allargando il quadro però c'è da aggiungere che il dibattito sui finanziamenti a fondo perduto per cinema, teatro e musica deve ormai inserirsi in un piano strategico che sia in grado di coniugare un utilizzo più razionale dei fondi a disposizione con le possibilità offerte dall'interazione con il mercato reale fatto dalle imprese che credono nella necessità di un investimento nella cultura e nell'audiovisivo».
Dove andrà a finire l'esperienza di Cinecittà?
«Una cosa è certa: si tratta di un patrimonio culturale, professionale, tecnico e di brand che non può andare disperso. Cinecittà ha completato la fusione con l'Istituto Luce e Filmitalia e finalmente potrà dedicarsi alle sue funzioni istituzionali che ho delineato in un atto di indirizzo. La concreta operatività ci dirà se e quali sono le eventuali e successive ridefinizioni della mission e dell'assetto organizzativo, in un contesto generale di note difficoltà rispetto alle risorse finanziarie che potranno essere messe in campo».
Agevolazioni fiscali. A che punto siamo?
«Sono preoccupato ma con un filo di ottimismo. In Consiglio dei ministri la mia relazione sullo stato della cultura ha fatto riflettere. Su questo terreno così delicato, inoltre, sono appoggiato dalla parte più sana e responsabile del cinema italiano che, nei tanti incontri organizzati da Agis e Anica, ha avuto la lucidità di spiegare l'aspetto strategico di queste misure. Si tratta infatti di un nuovo modo di intendere il ruolo della pubblica amministrazione come facilitatore dello sviluppo. La vecchia idea dello Stato visto come un bancomat è morta anche nel settore della cultura. Il nuovo cinema italiano nasce da qui».
Altri ministri hanno cominciato a seguire il fenomeno cinematografico. La Carfagna ha dato un premio a Venezia e la Meloni è diventata nei fatti il terzo finanziatore del Festival del Cinema di Roma con una politica di sostegno ai giovani. È geloso?
«No, al contrario, ne sono felice. Dimostra che sono due ministri sensibili e consapevoli del ruolo che il cinema ha nello sviluppo del Paese. La Meloni, proprio al vostro giornale, ha detto che il cinema è utile per capire dove sta andando la nostra cultura. Ha detto anche che i film rappresentano la nuova letteratura del terzo millennio. Sono d'accordo con lei».
C'è il tema del federalismo. Nel Veneto Zaia attribuisce una grande importanza al ruolo del cinema. Anche nel Lazio la Polverini e la Santini stanno preparando addirittura una riforma regionale per tutto il comparto dell'audiovisivo.
«Il ruolo delle Regioni è fondamentale per capire in quale direzione stiamo andando. Le agevolazioni fiscali che stiamo tenacemente difendendo servono a stabilire un nuovo patto di solidarietà fra imprese extra settore, territorio e cinema. L'audiovisivo è un potente strumento di marketing e le agevolazioni che permettono alle imprese che investono nel cinema di abbattere una parte dell'imponibile sono destinate non solo a far crescere una nuova generazione di produttori ma anche a stabilire nuove relazioni industriali fra settori che fino a ieri si parlavano a stento. E badi che non è un'idea nuova».
In che senso?
«Pensi alla grande strategia del cinema industriale degli anni del boom economico. Il cinema, per anni, è stato al fianco della crescita industriale del sistema Paese. Poi qualcosa si è rotto. Si è pensato che lo Stato dovesse regalare ciecamente soldi in nome di una malintesa supremazia intellettuale della cultura che poteva così arroccarsi in una torre d'avorio lontana dall'interesse del Paese reale. Se ci pensa, è lo stesso problema che è alla base della crisi del pensiero della sinistra. Da una parte gli intellettuali, dall'altra il paese. Zavattini diceva che l'unico modo di fare cinema è quello di "pedinare la realtà". Certi intellettuali del cinema italiano invece hanno pensato a torto che dovesse essere la realtà a pedinare loro. E hanno perso».
(Andrea Piersanti)
Signor Ministro lei parla di un processo virtuoso avviato dal centrodestra. Il mondo del cinema sembra pensarla in modo differente.
«Si deve fare una distinzione. Ci sono infatti le piazze dove la logica della politica prevale sul buon senso e dove ogni cavillo è buono per strillare allo scandalo. Ci sono poi le sedi delle imprese dove invece sono il realismo e il pragmatismo a prevalere anche a dispetto delle convinzioni politiche. Il periodo magico del Fondo di Rotazione con finanziamenti a pioggia a chiunque sapesse mettere insieme il fantasma di un progetto cinematografico è finito. Adesso sul mercato sono rimasti solo coloro che sono animati da un autentico spirito imprenditoriale».
Il Fondo Unico dello Spettacolo è ormai ridotto all'ombra di se stesso.
«Mi sto impegnando affinché non solo venga ristabilito un minimo di equilibrio con le cifre del passato, ma anche perché ci sia certezza della somma in tempi ragionevoli per l'attuazione dei programmi dell'anno solare in corso. La situazione di difficoltà generale è nota e coloro che scrivono della mia scarsa attenzione al tema sanno di non essere in buona fede. Allargando il quadro però c'è da aggiungere che il dibattito sui finanziamenti a fondo perduto per cinema, teatro e musica deve ormai inserirsi in un piano strategico che sia in grado di coniugare un utilizzo più razionale dei fondi a disposizione con le possibilità offerte dall'interazione con il mercato reale fatto dalle imprese che credono nella necessità di un investimento nella cultura e nell'audiovisivo».
Dove andrà a finire l'esperienza di Cinecittà?
«Una cosa è certa: si tratta di un patrimonio culturale, professionale, tecnico e di brand che non può andare disperso. Cinecittà ha completato la fusione con l'Istituto Luce e Filmitalia e finalmente potrà dedicarsi alle sue funzioni istituzionali che ho delineato in un atto di indirizzo. La concreta operatività ci dirà se e quali sono le eventuali e successive ridefinizioni della mission e dell'assetto organizzativo, in un contesto generale di note difficoltà rispetto alle risorse finanziarie che potranno essere messe in campo».
Agevolazioni fiscali. A che punto siamo?
«Sono preoccupato ma con un filo di ottimismo. In Consiglio dei ministri la mia relazione sullo stato della cultura ha fatto riflettere. Su questo terreno così delicato, inoltre, sono appoggiato dalla parte più sana e responsabile del cinema italiano che, nei tanti incontri organizzati da Agis e Anica, ha avuto la lucidità di spiegare l'aspetto strategico di queste misure. Si tratta infatti di un nuovo modo di intendere il ruolo della pubblica amministrazione come facilitatore dello sviluppo. La vecchia idea dello Stato visto come un bancomat è morta anche nel settore della cultura. Il nuovo cinema italiano nasce da qui».
Altri ministri hanno cominciato a seguire il fenomeno cinematografico. La Carfagna ha dato un premio a Venezia e la Meloni è diventata nei fatti il terzo finanziatore del Festival del Cinema di Roma con una politica di sostegno ai giovani. È geloso?
«No, al contrario, ne sono felice. Dimostra che sono due ministri sensibili e consapevoli del ruolo che il cinema ha nello sviluppo del Paese. La Meloni, proprio al vostro giornale, ha detto che il cinema è utile per capire dove sta andando la nostra cultura. Ha detto anche che i film rappresentano la nuova letteratura del terzo millennio. Sono d'accordo con lei».
C'è il tema del federalismo. Nel Veneto Zaia attribuisce una grande importanza al ruolo del cinema. Anche nel Lazio la Polverini e la Santini stanno preparando addirittura una riforma regionale per tutto il comparto dell'audiovisivo.
«Il ruolo delle Regioni è fondamentale per capire in quale direzione stiamo andando. Le agevolazioni fiscali che stiamo tenacemente difendendo servono a stabilire un nuovo patto di solidarietà fra imprese extra settore, territorio e cinema. L'audiovisivo è un potente strumento di marketing e le agevolazioni che permettono alle imprese che investono nel cinema di abbattere una parte dell'imponibile sono destinate non solo a far crescere una nuova generazione di produttori ma anche a stabilire nuove relazioni industriali fra settori che fino a ieri si parlavano a stento. E badi che non è un'idea nuova».
In che senso?
«Pensi alla grande strategia del cinema industriale degli anni del boom economico. Il cinema, per anni, è stato al fianco della crescita industriale del sistema Paese. Poi qualcosa si è rotto. Si è pensato che lo Stato dovesse regalare ciecamente soldi in nome di una malintesa supremazia intellettuale della cultura che poteva così arroccarsi in una torre d'avorio lontana dall'interesse del Paese reale. Se ci pensa, è lo stesso problema che è alla base della crisi del pensiero della sinistra. Da una parte gli intellettuali, dall'altra il paese. Zavattini diceva che l'unico modo di fare cinema è quello di "pedinare la realtà". Certi intellettuali del cinema italiano invece hanno pensato a torto che dovesse essere la realtà a pedinare loro. E hanno perso».
(Andrea Piersanti)
© 2021 MiC - Pubblicato il 2020-10-27 22:27:15 / Ultimo aggiornamento 2020-10-27 22:27:15