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Forma Urbis – mensile archeologico, dal titolo “Professione … archeologi”
Testo del comunicato
Il fascicolo è attualmente in edicola e vi rimarrà fino alla metà di marzo.
Editoriale: Professione ... archeologi
Questo numero di Forma Urbis, dedicato alla professione dell’archeologo, si apre – non a caso – con un articolo sulla rievocazione storica e sulle potenzialità del reenacting nella co-municazione, nuova frontiera professionale per chi si occupa di antico, come vedremo scorrendo le pagine che seguono. Il contributo trae spunto da uno dei fatti della cronaca archeolo-gica che ha maggiormente alimentato il dibattito dell’opinione pubblica, dei giornali, degli studiosi e della politica, nel corso del 2014: la proposta dell’archeologo Daniele Manacorda (professore di Metodologia e tecnica della ricerca archeologica all’Università di Roma Tre) di restituire al Colosseo la sua arena calpestabile, accolta con entusiasmo dal Ministro dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo Dario Franceschini. Di recente, sull’idea si è espressa favorevolmente anche la Commissione pa¬ritetica MiBACT-Roma Capitale, presieduta da Giuliano Volpe, presidente del Consiglio superiore per i Beni Culturali e Pae¬saggistici, e composta da studiosi di chiara fama quali Michel Gras, Tiziana Ferrante, Adriano La Regina, Eugenio La Rocca, Laura Ricci, Claudio Strinati e Jane Thompson, nella convinzione che l’ambizioso progetto possa offrire un’ulteriore opportunità di comprensione e fruizione dei resti archeologici, rendendo visita-bili anche gli ambienti sotterranei e ospitando iniziative culturali compatibili con la corretta conservazione del monumento.
Il numero di Forma Urbis prosegue con un quadro generale sull’archeologia come professione in Italia – con un focus re-gionale sulla Sicilia – nel settore pubblico e nel privato (dalla formazione, alle possibilità di impiego, al reddito) e in Europa, con i dati del progetto DISCO2014 (Discovering the Archaeo-logists of Europe), per poi entrare nel vivo delle problematiche legate al riconoscimento della professione (che vede il proliferare di associazioni di categoria) e alle annose questioni di “genere” che non risparmiano, tutt’oggi, neanche questo settore in cui, almeno fino ai 40 anni di età, la gran parte dei lavoratori risulta essere donna.
È un fatto incontestabile che in archeologia – ma potremmo dire anche nell’ambito di molti altri lavori – almeno fino ai primi de¬cenni del Novecento il numero delle donne è incredibilmente ridotto rispetto a quello degli uomini. E proprio come suggerito nell’articolo “Archeologia in Italia: una questione di genere” occorre, appunto, guardare con molta attenzione al passato dell’archeologia femminile per comprendere quanto in comune vi sia con l’archeologia del presente e scoprire, al contempo, i riflessi di condizionamenti esterni (gli status symbol sempre in va¬rio modo influenti) che possono avere a volte, più di quanto non accada oggi, indirizzato le donne. Dal XIX secolo, nonostante tutto e pur fra mille difficoltà, alcune studiose, supportate da una privilegiata condizione sociale e in virtù di doti veramente straordinarie, inaugurano una più massiccia presenza delle donne nella ricerca archeologica e, sulla scia di grandi scoperte ed esplorazioni, cominciano a viaggiare per puro interesse scientifico e a scrivere delle proprie esperienze. Fino agli anni ’50 e ’60 del secolo scorso è comunque ancora raro e complicato per la donna abbandonare il ruolo di moglie e di madre assegnatole dalla società per dedicarsi al proprio lavoro e alle proprie passioni. Fare l’archeologa, poi, significa in effetti allontanarsi fisicamente dalla propria casa, sovvertendo le convenzioni sociali dell’epoca. Oggi che i costumi sono decisamente cambiati, si assiste quasi al fenomeno opposto: le archeologhe – così come tante altre professioniste – fronteggiano e, anzi, addirittura superano numericamente i colleghi maschi. Tuttavia, come ha sottolineato Silvia Tessitore, direttore editoriale di Edizioni Zona, in una bella intervista di qualche anno fa sullo stato dell’editoria (che potremmo parafrasare per tante altre professioni oltre all’archeologia), le donne in Italia sono il motore di una macchina ancora in prevalenza guidata dagli uomini: senza di loro l’auto non va, ma chi decide se girare a destra o a sinistra, che strada prendere, che scelte fare, sono per lo più, ancora oggi, gli uomini.
Affrontato il punto di vista di “genere”, il numero di Forma Urbis prosegue con un capitolo dedicato al complesso mondo della comunicazione sul web dal quale oggi nessun professionista può più prescindere, meno che mai, come è evidente leggendo l’articolo, archeologi e museologi.
La stessa Fondazione Dià Cultura, nata nel 2012 dall’esperienza pregressa del gruppo Forma Urbis – Ediarché/Romarché, con l’obiettivo di favorire l’incontro e il dialogo fra gli accademici, gli studiosi agli inizi della propria carriera e un pubblico più ampio di appassionati non addetti ai lavori, ha avallato e fatto suo il sempre più diffuso uso di sperimentare linguaggi per molti versi nuovi se applicati a discipline connesse con l’antichistica, collaudando tutti i mezzi di comunicazione disponibili online, in genere non annoverati tra quelli per tradizione legati alla comunicazione scientifica ma che hanno il vantaggio di essere fruibili da un più vasto numero di persone e gratuitamente.
Nella tabella che segue, i dati (aggiornati alla fine di gennaio 2015) evinti dalla fruizione dei nostri profili sui social network, del canale Youtube, cui si aggiungono esperienze di utilizzo di Spreaker e di un forum virtuale appositamente predisposto per i convegni legati al Salone dell’Editoria Archeologica:
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• Profilo Forma Urbis (5.000 amici) — iscrizione 2009
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• Pagina Fan Forma Urbis (2019 Like; interazione con post settimanale: 3076) — iscrizione 2011
• Pagina Fan RomArché (1742 Like; interazione con post settimanale: 414) – iscrizione 2013
• Pagina Fondazione Dià Cultura (508 Like; interazione con post settimanale: 1169) — iscrizione 2014
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• Profilo Forma Urbis (600 follower) — iscrizione 2011
• Profilo RomArché (202 follower) — iscrizione 2013
• Profilo Fondazione Dià Cultura (15 follower) — iscrizione 2014 You Tube
• Canale Fondazione Dià Cultura: 44 iscritti; 12.063 visualizzazioni totali di cui 401 negli ultimi 30 giorni con una stima dei minuti guardati di 1157 — iscrizione 2011
Totalmente consapevole delle infinite potenzialità della comuni¬cazione online il composito gruppo di lavoro dello Scavo della Terramara di Pilastri (Bondeno, FE) – esemplare anche per la pro¬ficua collaborazione tra archeologi di Soprintendenza, Universi¬tà, Cooperative, Volontari – con cui si conclude questo numero di Forma Urbis. Lo straordinario caso di una impresa collettiva nata dalle macerie del terremoto che, nel 2012, ha colpito l’Emilia Romagna risulta essere un esempio particolarmente efficace anche per svelare ai lettori più curiosi le innumerevoli sfaccettature della professione: in cosa consiste il lavoro dell’archeologo oggi, cosa significa essere archeologi, quali scienze concorrono a completare il lavoro degli archeologi, come e cosa deve comunicare l’archeologia ai suoi diversi pubblici...insomma le nuove frontiere di una scienza che insieme è umana, tecnologica, pe-dagogica, sociale svelate da una multiforme équipe al lavoro su un sito dell’età del Bronzo.
Simona Sanchirico, Direttore editoriale di Forma Urbis
Fondazione Dià Cultura
© 2021 MiC - Pubblicato il 2020-10-27 22:27:39 / Ultimo aggiornamento 2020-10-27 22:27:39