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Prefazione del Ministro Bondi al catalogo della mostra: 1938 - 2008. 70° ANNIVERSARIO LEGGI RAZZIALI. UNA TRAGEDIA ITALIANA
Testo del comunicato
L’antisemitismo, che sottotraccia caratterizza la politica fascista fin dagli inizi, trovò orrendo sbocco nel 1938: il 14 luglio, veniva infatti pubblicato il Manifesto del razzismo italiano. Un decalogo che a settant’anni di distanza mantiene inalterata la sua diabolica consistenza:
1) Le razze umane esistono;
2) Esistono grandi razze e piccole razze;
3) Il concetto di razza è concetto puramente biologico;
4) La popolazione dell’Italia attuale è di origine ariana e la sua civiltà è ariana;
5) È una leggenda l’apporto di masse ingenti di uomini in tempi storici;
6) Esiste ormai una pura “razza italiana”;
7) È tempo che gli Italiani si proclamino francamente razzisti;
8) È necessario fare una netta distinzione tra i mediterranei d’Europa (occidentali) da una parte, gli orientali e gli africani dall’altra;
9) Gli ebrei non appartengono alla razza italiana;
10) I caratteri fisici e psicologici puramente europei degli Italiani non devono essere alterati in nessun modo.
Il 6 ottobre dello stesso anno venne promulgata dal Gran Consiglio del Fascismo, la Carta della Razza che poneva le nefaste basi legislative della campagna antisemita. Il 10 novembre seguente il Consiglio dei Ministri traduceva infine la Carta in una vera e propria legislazione approvata dal parlamento e sottoscritta da Vittorio Emanuele III. Il Regio decreto-legge del 17 novembre completò l’orribile operazione riassumendo in 29 articoli il nuovo status giuridico degli ebrei che fino a quel momento avevano contribuito nel campo della letteratura, delle arti liberali, delle scienze a far grande il nostro Paese. Nello specifico, Il Regio-decreto prevedeva il divieto di matrimoni misti, l’identificazione dell’appartenenza alla razza ebraica, i divieti imposti agli ebrei (per esempio quello di non poter avere «alle proprie dipendenze in qualità di domestici cittadini italiani di razza ariana»), il divieto per le Amministrazioni pubbliche civili e militari di avere personale ebreo.
La campagna antiebraica, purtroppo, trovò fin dall’inizio ligi sostenitori e addirittura si inasprì nel periodo della Repubblica Sociale Italiana quando la guerra civile sconvolse il nostro Paese minando perfino i rapporti tra fratelli, parenti, amici. Il 16 ottobre 1943 si scatenò anche in Italia la violenza nazista: un sabato di diluvio, quasi una tregenda, in otto ore e mezzo, dalle cinque e trenta del mattino alle due del pomeriggio, un gruppo di SS rastrellarono il Ghetto di Roma, deportando verso i campi di sterminio più di 2mila ebrei, uomini, donne, bambini.
La pubblicazione delle Leggi Razziali, la loro applicazione, l’inasprimento del trattamento degli ebrei durante i mesi della guerra e poi della Rsi, fino alla sottomissione irresponsabile alla diabolica macchina di sterminio nazista con le deportazioni, non possono che dimostrare, al di là degli iniziali accomodamenti e strategie di nascondimento, una precisa volontà antisemita del regime fascista. Che oggi è assolutamente impossibile giustificare o tentare di nascondere.
Più in generale l’applicazione delle Leggi razziali fu permessa da un generale ottundimento degli italiani che in buona parte, per quieto vivere, non si esposero troppo a favore degli ebrei, salvo figure e istituzioni di grande valore morale e spirituale. In seguito, il fallimento parziale della campagna razzista che, pur mietendo migliaia di vittime, non raggiunse mai la follia di quella nazista permise addirittura a quella parte di cittadinanza ignava, la cosiddetta zona grigia, di costituirsi “un comodo alibi – come scrive Renzo De Felice nella sua “Breve storia del fascismo” - dietro cui nascondere il proprio opportunismo e tacitare eventuali rimorsi di coscienza”.
E questo se vogliamo è la cosa più grave: primo, la dimenticanza dei fatti, secondo, la rimozione della colpa. Al contrario, la mostra “Leggi razziali. Una tragedia italiana” tanto intensa soprattutto nella sua volontà didattica è un piccolo ulteriore tassello per la ricostituzione di una memoria collettiva dopo decenni in cui non è stato possibile, per motivi ideologici, arrivare alla definitiva comprensione dei processi che hanno condotto a questa aberrazione.
Solo sulla reale metabolizzazione della propria storia e dei propri errori, si può però fondare una nazione veramente democratica, aperta, in cui i valori fondanti siano condivisi da tutti, in cui i diritti fondamentali siano garantiti per tutti.