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Testo del comunicato
Tutte ragguardevoli sono state le acquisizioni della Galleria degli Uffizi negli ultimi tempi, ognuna rappresentando un capitolo importante nella storia degl’incrementi d’opere del museo fiorentino.
Quella però che nel 2009 s’è concretata grazie al mecenatismo sensibile degli Amici degli Uffizi e che costituisce il fulcro prezioso di quest’esposizione, reputo possa considerarsi d’un pregio tutto speciale. È una di quelle accessioni che qualificano la politica d’accrescimento d’un grande istituto.
Il Ritratto d’Alessandro Achillini – medico e intellettuale di rango, sodale d’Amico Aspertini, il geniale pittore che ne dipinse quest'effigie – è un’opera della quale riesce difficile riassumere in poche parole le tante singolari virtù. Basterà qui – appena restando sulla soglia – rammentare che la tela, d’asciutte sembianze (quasi fosse lacerto affrescato), è uno dei più veridici e superbi attestati dell’ascendente esercitato dall’espressione oltramontana sulla ‘maniera moderna’ in Italia (in genere) e sull’eloquio dell’Aspertini (in particolare); e subito dopo aggiungere – a rincarar la dose – che fu dipinta per Paolo Giovio, umanista fra i più colti del Cinquecento, in vista d’una sua inserzione nella raccolta d’effigi di uomini illustri, d’ogni regione e di diverse età, che lui, con una visione erudita e sapiente della storia, volle comporre, e a cui dette stabile sede nella sua residenza sul lago di Como. E finalmente rimarcare che proprio a quella dotta raccolta s’ispirò Cosimo I de’ Medici per fondare la sua collezione di ritratti di personaggi famosi, nota appunto come ‘gioviana’ per via delle desunzioni che Cristofano dell’Altissimo trasse dagli esemplari custoditi nella dimora comasca a partire dal 1552: collezione che agli Uffizi, in virtù dell’ingresso dell’immagine d’Alessandro Achillini, viene oggi suffragata da uno di quei nobili modelli cui attinsero Cristofano e la sua squadra.
L’acquisizione sembrò – in quello stesso 2009 – a tal segno cospicua da meritare, anche da sola, un’esposizione. E tanto più, però, la esigeva, per via della relazione stretta che legava il ritratto al collezionismo mediceo e agli Uffizi. Parve, allora, che contingenza migliore non potesse esserci d’una mostra della collana dei ‘mai visti’ specie da quando queste rassegne sono ordinate vertendo non già esclusivamente su opere della riserva del museo, bensì su una silloge composta di creazioni che intorno a un capo d’opera della riserva ruotano. Che il ritratto d’Amico Aspertini fosse giustappunto un capo d’opera non c’era dubbio; ma ancor più indiscutibilmente ad esso s’attagliava la definizione di ‘mai visto’, giacché nessuno, prima d’allora, l’aveva davvero mai veduto (oggi il quadro è esibito nella piccola sala di Parmigianino e Dosso Dossi).
Il ritratto – prototipo espunto dal museo gioviano – qui a Montecatini torna a farsi cardine di un’esposizione in cui i visitatori troveranno una sessantina di quelle tavole (pressoché identiche nelle misure e tutte riquadrate da eguali cornici) che son parte della cosiddetta ‘serie gioviana’; cui forse non si addice l’epiteto di ‘mai vista’, ma alla quale invece non risulterà incongruo quello di ‘mal vista’, collocata com’è – secondo un assetto filologicamente riproposto – nel registro più alto dei corridoi di Galleria, dove l’effigi si sistemano in serratissima sequenza, a definir la balza da cui si levano le volte affrescate.
Anche alle Tamerici quei ritratti si potranno finalmente osservare a un’altezza compatibile con l’esigenze d’una buona lettura; la quale tuttavia non potrà mai prescindere dalla coscienza ch’esse furono dipinte avendo per assunto l’aspirazione alla serialità come per una primitiva istanza pop. Non un turco, non un moro, non un papa; ma tanti turchi, tanti mori, tanti papi. Non una Marilyn, ma tante Marilyn; giustappunto.
Antonio Natali
Direttore della Galleria degli Uffizi
Quella però che nel 2009 s’è concretata grazie al mecenatismo sensibile degli Amici degli Uffizi e che costituisce il fulcro prezioso di quest’esposizione, reputo possa considerarsi d’un pregio tutto speciale. È una di quelle accessioni che qualificano la politica d’accrescimento d’un grande istituto.
Il Ritratto d’Alessandro Achillini – medico e intellettuale di rango, sodale d’Amico Aspertini, il geniale pittore che ne dipinse quest'effigie – è un’opera della quale riesce difficile riassumere in poche parole le tante singolari virtù. Basterà qui – appena restando sulla soglia – rammentare che la tela, d’asciutte sembianze (quasi fosse lacerto affrescato), è uno dei più veridici e superbi attestati dell’ascendente esercitato dall’espressione oltramontana sulla ‘maniera moderna’ in Italia (in genere) e sull’eloquio dell’Aspertini (in particolare); e subito dopo aggiungere – a rincarar la dose – che fu dipinta per Paolo Giovio, umanista fra i più colti del Cinquecento, in vista d’una sua inserzione nella raccolta d’effigi di uomini illustri, d’ogni regione e di diverse età, che lui, con una visione erudita e sapiente della storia, volle comporre, e a cui dette stabile sede nella sua residenza sul lago di Como. E finalmente rimarcare che proprio a quella dotta raccolta s’ispirò Cosimo I de’ Medici per fondare la sua collezione di ritratti di personaggi famosi, nota appunto come ‘gioviana’ per via delle desunzioni che Cristofano dell’Altissimo trasse dagli esemplari custoditi nella dimora comasca a partire dal 1552: collezione che agli Uffizi, in virtù dell’ingresso dell’immagine d’Alessandro Achillini, viene oggi suffragata da uno di quei nobili modelli cui attinsero Cristofano e la sua squadra.
L’acquisizione sembrò – in quello stesso 2009 – a tal segno cospicua da meritare, anche da sola, un’esposizione. E tanto più, però, la esigeva, per via della relazione stretta che legava il ritratto al collezionismo mediceo e agli Uffizi. Parve, allora, che contingenza migliore non potesse esserci d’una mostra della collana dei ‘mai visti’ specie da quando queste rassegne sono ordinate vertendo non già esclusivamente su opere della riserva del museo, bensì su una silloge composta di creazioni che intorno a un capo d’opera della riserva ruotano. Che il ritratto d’Amico Aspertini fosse giustappunto un capo d’opera non c’era dubbio; ma ancor più indiscutibilmente ad esso s’attagliava la definizione di ‘mai visto’, giacché nessuno, prima d’allora, l’aveva davvero mai veduto (oggi il quadro è esibito nella piccola sala di Parmigianino e Dosso Dossi).
Il ritratto – prototipo espunto dal museo gioviano – qui a Montecatini torna a farsi cardine di un’esposizione in cui i visitatori troveranno una sessantina di quelle tavole (pressoché identiche nelle misure e tutte riquadrate da eguali cornici) che son parte della cosiddetta ‘serie gioviana’; cui forse non si addice l’epiteto di ‘mai vista’, ma alla quale invece non risulterà incongruo quello di ‘mal vista’, collocata com’è – secondo un assetto filologicamente riproposto – nel registro più alto dei corridoi di Galleria, dove l’effigi si sistemano in serratissima sequenza, a definir la balza da cui si levano le volte affrescate.
Anche alle Tamerici quei ritratti si potranno finalmente osservare a un’altezza compatibile con l’esigenze d’una buona lettura; la quale tuttavia non potrà mai prescindere dalla coscienza ch’esse furono dipinte avendo per assunto l’aspirazione alla serialità come per una primitiva istanza pop. Non un turco, non un moro, non un papa; ma tanti turchi, tanti mori, tanti papi. Non una Marilyn, ma tante Marilyn; giustappunto.
Antonio Natali
Direttore della Galleria degli Uffizi
© 2021 MiC - Pubblicato il 2020-10-27 22:27:18 / Ultimo aggiornamento 2020-10-27 22:27:18