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MOSTRAIl San Giovanni dolente del Pordenone
Testo del comunicato
Dopo decenni d’oblio ritorna finalmente visibile al pubblico la sagoma lignea raffigurante San Giovanni dolente. Realizzata da Giovanni Antonio de’ Sacchis detto il Pordenone (1483/84-1539) per la chiesa del convento francescano della sua città, come ricorda Carlo Ridolfi ne Le Maraviglie dell’arte del 1648: “Per la Chiesa di San Francesco dipinse a fresco il Santo impresso dal Serafino delle divine cicatrici; & in altra Cappella sopra ad un’asse fece à oglio due figure di nostra Donna e di San Giovanni piangenti….”.
Verosimilmente le due sagome furono custodite nell’edificio sacro, anche se non nella collocazione originaria, fino alla soppressione del convento, avvenuta nel 1769; quindi passarono nelle mani del pordenonese Francesco Tamai, che le regalò al conte Fabio di Maniago, studioso e amante dell’arte friulana. Seguendo le tracce documentarie, Vittorio Querini le trovò alla fine degli anni Settanta del secolo scorso in una stanzetta sopra la sacrestia della bellissima chiesa padronale del palazzo di Maniago; furono poi in altre collezioni private pordenonesi, in ultimo in quella di Giorgio Cosarini, da cui il Ministero per i Beni e le attività culturale ha acquistato, nel 2005, quella di San Giovanni dolente.
Le tracce della sagoma raffigurante la Vergine, di cui resta soltanto la documentazione fotografica, sono purtroppo perdute da tempo ed è probabile che sia uscita dal territorio nazionale prima che la Soprintendenza riuscisse a imporre il vincolo. L’importanza del San Giovanni dolente, nel suo patetismo e nella sua forzatura espressiva, è quindi ancora maggiore in quanto brano superstite di grande qualità esecutiva, capace di rivelare tutta la potenza e l’intensità del linguaggio di Pordenone dopo la realizzazione della decorazione del Duomo di Cremona. La sagoma infatti, ritenuta da parte della critica del 1524 circa, può appartenere a tale periodo e si colloca sicuramente non oltre il terzo decennio, come conferma il confronto con le opere realizzate dal maestro entro il 1530.
La figura di San Giovanni “è di un patetismo…raccolto in un superbo rigore gestuale cui non occorrono certo le lacrime sul viso per esprimere tutta la sincerità e l’interno dolore” (Querini 1979); la materia pittorica appare sapientemente dosata, costituita da pennellate lunghe e generalmente uniformi, ma non priva di effetti cangianti e rialzi di luce, che il recente restauro ha liberato dalla sporcizia e dalle vernici alterate.
La testa arcuata dell’Evangelista ripropone, in controparte, quella di san Francesco del lacerto di affresco della Banca Popolare FriulAdria, già nel chiesa francescana di Pordenone e ora nel Museo civico cittadino; i capelli sciolti e il l’abbinamento cromatico degli abiti di Giovanni sono gli stessi che scorgiamo nella lunetta del Compianto su cristo morto di Cremona; i tratti fisionomici del santo sono identici nella sagoma e nella Pietà della collegiata di Santa Maria delle Grazie di Cortemaggiore, quest’ultima databile sullo scorcio degli anni venti, elementi che permettono di seguire l’evoluzione stilistica del pictor modernus.
Una riflessione a parte merita l’originaria collocazione delle due sagome. Sebbene, come asserisce Caterina Furlan (1988), l’indicazione di Ridolfi - che descrive i dipinti “sopra un asse” - sia da riferire alla natura del supporto, è probabile che le due figure, intervallate da una grande croce, si trovassero effettivamente su di un’iconostasi: appunto quella della cappella maggiore della chiesa di San Francesco. Le tavole dipinte, infatti, misurano circa due metri e la loro curvatura, convergente verso l’interno, sembra studiata per assecondare l’andamento dell’arco trionfale della chiesa stessa. La tradizione di affiancare a un Crocifisso, sopra una trave, statue a mezzo tondo prima, poi dipinti su tavola scontornati, non è estranea in Friuli: le due sculture dei Dolenti del Tempietto di Cividale, da ascrivere al XII secolo, ne sono un esempio importante, a cui possono essere affiancati quello tardo quattrocentesco della pieve di San Rocco di Montereale Valcellina e i numerosi Crocifissi evidentemente realizzati per una visione dal basso verso l’alto. Simile è l’apparato della prima metà del Quattrocento, attribuito a Urbanino da Surso della Basilica di San Michele a Pavia.
Ora che l’operazione di tutela messa in atto dal Ministero si è conclusa, il superbo San Giovanni dolente di Pordenone viene riconsegnato alla città per cui era stato realizzato e a cui spetta il compito di promuoverne la valorizzazione e lo studio.
16 aprile ore 11.00
Municipio di Pordenone, Aula Consiliare
Corso Vittorio Emanuele II, 64 Pordenonese
Tel. 0434 392111
Verosimilmente le due sagome furono custodite nell’edificio sacro, anche se non nella collocazione originaria, fino alla soppressione del convento, avvenuta nel 1769; quindi passarono nelle mani del pordenonese Francesco Tamai, che le regalò al conte Fabio di Maniago, studioso e amante dell’arte friulana. Seguendo le tracce documentarie, Vittorio Querini le trovò alla fine degli anni Settanta del secolo scorso in una stanzetta sopra la sacrestia della bellissima chiesa padronale del palazzo di Maniago; furono poi in altre collezioni private pordenonesi, in ultimo in quella di Giorgio Cosarini, da cui il Ministero per i Beni e le attività culturale ha acquistato, nel 2005, quella di San Giovanni dolente.
Le tracce della sagoma raffigurante la Vergine, di cui resta soltanto la documentazione fotografica, sono purtroppo perdute da tempo ed è probabile che sia uscita dal territorio nazionale prima che la Soprintendenza riuscisse a imporre il vincolo. L’importanza del San Giovanni dolente, nel suo patetismo e nella sua forzatura espressiva, è quindi ancora maggiore in quanto brano superstite di grande qualità esecutiva, capace di rivelare tutta la potenza e l’intensità del linguaggio di Pordenone dopo la realizzazione della decorazione del Duomo di Cremona. La sagoma infatti, ritenuta da parte della critica del 1524 circa, può appartenere a tale periodo e si colloca sicuramente non oltre il terzo decennio, come conferma il confronto con le opere realizzate dal maestro entro il 1530.
La figura di San Giovanni “è di un patetismo…raccolto in un superbo rigore gestuale cui non occorrono certo le lacrime sul viso per esprimere tutta la sincerità e l’interno dolore” (Querini 1979); la materia pittorica appare sapientemente dosata, costituita da pennellate lunghe e generalmente uniformi, ma non priva di effetti cangianti e rialzi di luce, che il recente restauro ha liberato dalla sporcizia e dalle vernici alterate.
La testa arcuata dell’Evangelista ripropone, in controparte, quella di san Francesco del lacerto di affresco della Banca Popolare FriulAdria, già nel chiesa francescana di Pordenone e ora nel Museo civico cittadino; i capelli sciolti e il l’abbinamento cromatico degli abiti di Giovanni sono gli stessi che scorgiamo nella lunetta del Compianto su cristo morto di Cremona; i tratti fisionomici del santo sono identici nella sagoma e nella Pietà della collegiata di Santa Maria delle Grazie di Cortemaggiore, quest’ultima databile sullo scorcio degli anni venti, elementi che permettono di seguire l’evoluzione stilistica del pictor modernus.
Una riflessione a parte merita l’originaria collocazione delle due sagome. Sebbene, come asserisce Caterina Furlan (1988), l’indicazione di Ridolfi - che descrive i dipinti “sopra un asse” - sia da riferire alla natura del supporto, è probabile che le due figure, intervallate da una grande croce, si trovassero effettivamente su di un’iconostasi: appunto quella della cappella maggiore della chiesa di San Francesco. Le tavole dipinte, infatti, misurano circa due metri e la loro curvatura, convergente verso l’interno, sembra studiata per assecondare l’andamento dell’arco trionfale della chiesa stessa. La tradizione di affiancare a un Crocifisso, sopra una trave, statue a mezzo tondo prima, poi dipinti su tavola scontornati, non è estranea in Friuli: le due sculture dei Dolenti del Tempietto di Cividale, da ascrivere al XII secolo, ne sono un esempio importante, a cui possono essere affiancati quello tardo quattrocentesco della pieve di San Rocco di Montereale Valcellina e i numerosi Crocifissi evidentemente realizzati per una visione dal basso verso l’alto. Simile è l’apparato della prima metà del Quattrocento, attribuito a Urbanino da Surso della Basilica di San Michele a Pavia.
Ora che l’operazione di tutela messa in atto dal Ministero si è conclusa, il superbo San Giovanni dolente di Pordenone viene riconsegnato alla città per cui era stato realizzato e a cui spetta il compito di promuoverne la valorizzazione e lo studio.
16 aprile ore 11.00
Municipio di Pordenone, Aula Consiliare
Corso Vittorio Emanuele II, 64 Pordenonese
Tel. 0434 392111
© 2021 MiC - Pubblicato il 2020-10-27 22:27:17 / Ultimo aggiornamento 2020-10-27 22:27:17