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Dagli archivi nuovi documenti sulla vita di Caravaggio a Roma
Testo del comunicato
Le risse, le medicazioni per le ferite subite, le fughe per non pagare l’affitto ai proprietari, le denunce. Che la vita di Caravaggio fosse degna d’un romanzo’avventura era cosa nota. Ad aggiungere nuovi tasselli al soggiorno romano del pittore sono adesso 90 nuovi documenti trovati all’Archivio di Stato. Di questi, 15 del tutto inediti. Carte salvate dall’usura che svelano aspetti finora sconosciuti e che dall’11 febbraio al 15 maggio saranno esposte nella mostra “Caravaggio a Roma: una vita dal vero”, ospitata a Sant’Ivo alla Sapienza. Un luogo fortemente simbolico, visto che Caravaggio visse per anni all’ombra del cardinal Del Monte, suo grande mecenate, nel vicino Palazzo Madama. I tecnici dell’Archivio di Stato, grazie a una task force di sette giovani storici dell’arte, paleografi, archivisti e storici, hanno salvato dal degrado e restaurato 34 volumi di atti pubblici, contenenti da 200 a 1500 fogli ciascuno. Un intervento realizzato con una tecnologia innovativa dall’Icpal, l’Istituto per il restauro del patrimonio archivistico e librario. Costo: 170 mila euro, 60 mila dei quali messi a disposizione con fondi Arcus e il resto affidato a una sottoscrizione fra privati, dall’Istituto per il credito sportivo alla federazione dei tabaccai italiani.
Le scoperte riscrivono in parte la biografia di Caravaggio. A cominciare dal suo arrivo a Roma, posticipato dal 1592 al 1596. La “verità” è arrivata dalla testimonianza del barbiere milanese Pietropaolo Pellegrini, che interrogato dalla polizia nel 1597, in una deposizione lunga sei pagine afferma di conoscere Caravaggio da un anno e mezzo. “Dal parlare tengo sia milanese - dice -. No, mettete lombardo, perché parla alla lombarda”. “Va sempre vestito di negro con cappello di feltro negro in testa” e ha “capelli longhi dalla banda dinanzi”, aggiunge Pellegrini, probabilmente con riferimento ai ciuffi che ricadono sulla fronte del pittore. E che“il giovenaccio”, come viene definito, se la passi spesso male lo si capisce dall’abbigliamento: “A volte va bene in ordine, a volte no”. Difficoltà economiche che non dovettero abbandonarlo neppure in seguito, visto che nel 1605 fuggì per qualche settimana a Genova per non dover pagare l’affitto alla proprietaria del suo appartamento. Lei lo denuncia e dalla deposizione si scopre così che sono ben sei le mensilità arretrate e che Caravaggio le ha anche rotto il soffitto. Forse perché non aveva raggiunto lo stesso accordo ottenuto con la precedente affittuaria in vicolo san Biagio: “scoprire la metà della sala”, come recita un’apposita clausola del contratto, ovvero smontare il soffitto per poter avere maggiore spazio per le sue grandi tele. Come “La morte della Vergine”, dipinta nel 1604 e alta oltre tre metri e mezzo.
Ma le carte smentiscono anche luoghi comuni sedimentati. Come l’uccisione di Ranuccio Tomassoni, fratello del caporione di Campo Marzio, che costringe Caravaggio a scappare da Roma. “Non fu una scommessa per il gioco della pallacorda ma un vero e proprio regolamento di conti - afferma al VELINO Orietta Verdi, curatrice dei servizi notarili dell’Archivio di Stato di Roma -. Petronio Troppa, amico di Caravaggio, fu l’unico a essere condannato perché rimase gravemente ferito e non riuscì a scappare. E i testimoni a sua difesa nel processo affermano che si trovava in via della Pallacorda ‘per un servizzio’, confermando così la premeditazione”. In altri casi, invece, ci sono le parole di Caravaggio stesso. Come quando nell’ottobre 1605, ferito all’orecchio e alla gola, dice al notaio criminale che gli chiede come e da chi sia stato colpito: “Me so’ ferito da me con la mia spada che so’ cascato per queste strade et non so dove se sia suto, né c’è stato nesuno”. L’episodio è rimasto ignoto ma non escluso che Caravaggio, da buon attaccabrighe, sapesse quando era il caso di tirare fuori l’arma o di tacere.
fonte dati: IL VELINO
Le scoperte riscrivono in parte la biografia di Caravaggio. A cominciare dal suo arrivo a Roma, posticipato dal 1592 al 1596. La “verità” è arrivata dalla testimonianza del barbiere milanese Pietropaolo Pellegrini, che interrogato dalla polizia nel 1597, in una deposizione lunga sei pagine afferma di conoscere Caravaggio da un anno e mezzo. “Dal parlare tengo sia milanese - dice -. No, mettete lombardo, perché parla alla lombarda”. “Va sempre vestito di negro con cappello di feltro negro in testa” e ha “capelli longhi dalla banda dinanzi”, aggiunge Pellegrini, probabilmente con riferimento ai ciuffi che ricadono sulla fronte del pittore. E che“il giovenaccio”, come viene definito, se la passi spesso male lo si capisce dall’abbigliamento: “A volte va bene in ordine, a volte no”. Difficoltà economiche che non dovettero abbandonarlo neppure in seguito, visto che nel 1605 fuggì per qualche settimana a Genova per non dover pagare l’affitto alla proprietaria del suo appartamento. Lei lo denuncia e dalla deposizione si scopre così che sono ben sei le mensilità arretrate e che Caravaggio le ha anche rotto il soffitto. Forse perché non aveva raggiunto lo stesso accordo ottenuto con la precedente affittuaria in vicolo san Biagio: “scoprire la metà della sala”, come recita un’apposita clausola del contratto, ovvero smontare il soffitto per poter avere maggiore spazio per le sue grandi tele. Come “La morte della Vergine”, dipinta nel 1604 e alta oltre tre metri e mezzo.
Ma le carte smentiscono anche luoghi comuni sedimentati. Come l’uccisione di Ranuccio Tomassoni, fratello del caporione di Campo Marzio, che costringe Caravaggio a scappare da Roma. “Non fu una scommessa per il gioco della pallacorda ma un vero e proprio regolamento di conti - afferma al VELINO Orietta Verdi, curatrice dei servizi notarili dell’Archivio di Stato di Roma -. Petronio Troppa, amico di Caravaggio, fu l’unico a essere condannato perché rimase gravemente ferito e non riuscì a scappare. E i testimoni a sua difesa nel processo affermano che si trovava in via della Pallacorda ‘per un servizzio’, confermando così la premeditazione”. In altri casi, invece, ci sono le parole di Caravaggio stesso. Come quando nell’ottobre 1605, ferito all’orecchio e alla gola, dice al notaio criminale che gli chiede come e da chi sia stato colpito: “Me so’ ferito da me con la mia spada che so’ cascato per queste strade et non so dove se sia suto, né c’è stato nesuno”. L’episodio è rimasto ignoto ma non escluso che Caravaggio, da buon attaccabrighe, sapesse quando era il caso di tirare fuori l’arma o di tacere.
fonte dati: IL VELINO
© 2021 MiC - Pubblicato il 2020-10-27 22:27:16 / Ultimo aggiornamento 2020-10-27 22:27:16