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Cultura ebraica/ Il 5 settembre festa in 62 città per celebrarla
Testo del comunicato
Alla scoperta dell’ebraismo attraverso sinagoghe, mostre, conferenze, concerti, visite guidate e anche assaggi enogastronomici. Dopo il ciclo della vita, protagonista dello scorso anno, sarà l’arte la protagonista della Giornata europea della cultura ebraica, che domenica 5 settembre vedrà coinvolte in contemporanea in 28 Paesi europei e 62 città italiane, da Alessandria a Reggio Calabria. Capofila sarà Livorno, “rifugio” per antonomasia fin dai tempi dell’Inquisizione e dell’espulsione dei marrani dalla Spagna, e patria di importanti rabbini, cabalisti, stampatori, scrittori e artisti di religione ebraica come Amedeo Modigliani. Un appuntamento ormai consolidato, quello della Giornata, giunto all’undicesima edizione. Una “ripetitività” che però, secondo il presidente dell’Ucei Renzo Gattegna, lungi dal rappresentare un elemento di monotonia, aiuta a conoscere i tanti aspetti della cultura ebraica: “Ogni anni scegliamo un argomento diverso, perché l’ebraismo non è solo una religione ma una civiltà, che comprende ambiti più ampi, come le regole di vita, le usanze, la gastronomia in un insieme di antico e modernità”.
“Nonostante il suo positivo contributo culturale l’ebraismo rimane una realtà poco e talvolta male conosciuta - ha aggiunto Gattegna, presentando l’iniziativa al ministero dei Beni culturali, che patrocina l’iniziativa -. Ma oggi si assiste a un altro approccio nei confronti del mondo ebraico. Possiamo dire che gli ultimi 65 anni rappresentano il miglior periodo della nostra storia, il prodotto del reciproco desiderio di conoscere e di farsi conoscere: è proprio questo lo scopo della Giornata della cultura ebraica”. “L’intento è di far avvicinare alla cultura tradizionale dell’ebraismo, che spesso è un oggetto ancora misterioso per le giovani generazioni - ha spiegato il sottosegretario Francesco Giro -. Eppure il patrimonio che ci ha lasciato dal passato è parte inscindibile di quello, diffuso, del nostro Paese”. La comunità ebraica italiana è quella che meglio degli altri ha saputo interpretare lo spirito della Giornata. Nelle edizioni passate ha infatti mostrato particolare capacità di diffondere l’evento a tutta la società, come confermano le 50 mila presenze negli anni scorsi.
Capofila sarà Livorno, città rifugio dei marrani
Sono due destini talmente intrecciati da essere inestricabili, quelli che accomunano Livorno e la comunità ebraica. Il capoluogo toscano, scelta come capofila della Giornata della cultura ebraica il prossimo 5 settembre, per secoli ha rappresentato per quanti fuggivano dalle angherie nei propri Paesi una meta sicura, al cui sviluppo - per converso - gli ebrei hanno dato un contributo fondamentale. Il risultato è che oggi tradizioni tipiche dell’ebraismo sono diventate patrimonio comune della città perfino a tavola, come nel caso delle roschette, del polpettone alle olive o delle triglie alla livornese. Al tempo stesso nel corso dei secoli sono molti gli ebrei che hanno dato lustro alla città, dai pittori Vittorio Corcos, Ulvi Liegi ed Amedeo Modigliani al matematico Federigo Enriques al rabbino capo Elio Toaff. Che i due destini di Livorno e della comunità fossero accomunati era inevitabile, dal momento che lo sviluppo del comune e il primo cospicuo insediamento ebraico vanno di pari passo: fu infatti con la concessione del porto franco a fine ‘500, con le cosiddette “costituzioni livornine”, a permettere ai israeliti attività e libertà impensabili altrove, dalla lavorazione del sapone, alla carta passando per la raffinazione dello zucchero, la distillazione del vino fino alle botteghe del caffè.
Un richiamo inevitabile per i marrani espulsi dalla penisola iberica, per i quali la cittadina toscana divenne luogo di approdo e salvezza. E proprio spagnoli e portoghesi furono il nucleo costitutivo di una comunità che arrivò a toccare fino alle novemila unità a metà ‘700 (oggi sono appena 700). Il risultato fu che la città si trasformò in breve in uno degli scali principali di tutto il bacino del Mediterraneo e in una fucina di rabbini, cabalisti, stampatori, scrittori e artisti. Ma la tradizione di tolleranza è rimasta nei secoli. “Livorno è stata l’unica città italiana in cui non è mai esistito un ghetto e in cui la sinagoga è stata costruita poco dietro la cattedrale”, rivendica Mario Tredici, “pluralista” assessore comunale alle Culture (anziché alla Cultura). “È venuto il momento di restituire quello che questa città ha fatto ai nostri evi cinque secoli fa”, dice il presidente della comunità ebraica cittadina, Samuele Zarrough riferendosi all’appuntamento del 5 settembre. Per quell’occasione la comunità si aprirà con concerti, mostre, manifestazioni, assaggi gastronomici. Le gallerie d’arte resteranno aperte e in esposizione ci saranno tele di Modigliani (si sta trattando per tenere aperta anche la sua casa) e alcune acqueforti di Marc Chagall, mirabile esempio della sintesi di cultura ebraica e russa.
Ma anche ai tempi d’oggi Livorno continua a esercitare il suo fascino particolare. Al punto da rappresentare tuttora un punto d’approdo, anche in assenza di legami con la città. Come mostra il caso del presidente della comunità ebraica, Samuele Zarrough, fuggito dalla Libia nel 1967 dopo la Guerra dei Sei giorni. “Il clima si fece molto pesante nel Paese e a Tripoli ci furono diversi massacri - ricorda con IL VELINO -. La mia famiglia era di Bengasi, dove la situazione era più tranquilla, ma decidemmo di andarcene comunque”. In tutto furono settemila gli ebrei libici che fuggirono, grazie al permesso concesso dalle autorità, che prima vietavano di abbandonare il Paese. “Il governo italiano fu uno dei primi ad accoglierci e venimmo mandati in un campo profughi a Capua. Quasi tutti decisero di andare a Roma o Milano. La mia e altre sei famiglie - aggiunge Zarrough - scelsero Livorno, pur non avendo parenti o conoscenti”. Una decisione maturata proprio per l’immagine della città toscana, la cui comunità col tempo aveva anche maturato un legame storico con la Libia, con tanto di scambi culturali e di rabbini.
Shoah/ La cattura di Eichmann e il logoro scoop della tv tedesca
È uno “scoop” conosciuto da anni, quello che la tv pubblica tedesca, la Ard, ha mandato in onda domenica scorsa sulla vicenda Eichmann, di cui lo scorso 11 maggio sono ricorsi i 50 anni dalla cattura. Da tempo, infatti, è risaputo che a far scoprire l’ex ufficiale nazista a Buenos Aires, sotto il falso nome di Ricardo Klement, fu involontariamente suo figlio Klaus. Una storia talmente conosciuta da essere riportata perfino nella pagina personale che Wikipedia riserva ad Adolf Eichmann. Fra i tanti, anche David Cesarani, nel suo “Eichmann - His Life and Crimes (2004), riportò la vicenda. Ovvero la sbruffoneria di Klaus Eichmann, primo figlio di Adolf, che si presentò col vero cognome alla sua ragazza ebrea, Sylvia, lasciandosi più volte andare ad affermazioni sul “mancato genocidio” e all’esaltazione dei “valori” del Terzo reich. La ragazza lo raccontò al padre, che la mandò a indagare a casa del fidanzato. La conferma arrivò pochi giorni dopo, quando ad aprire la porta fu Adolf Eichmann in persona. “Mio figlio non c’è, torni un’altra volta”, disse l’ex Ss. “Lei è il padre?”, domandò la ragazza, ricevendo risposta affermativa. Fu così che il papà della giovane, Lothar Hermann - un ebreo ceco reduce del campo di concentramento di Dachau ed era poi emigrato in Argentina - informò il procuratore tedesco Fritz Bauer, il quale a sua volta girò l'informazione al Mossad. Non essendo prevista l'estradizione nel sistema giuridico argentino, i servizi segreti decisero per il rapimento, che avvenne l’11 maggio a Buenos Aires.
Sul ruolo di Eichmann nella “Soluzione finale”, nuova luce potrebbe venire piuttosto dalla recente decisione del tribunale amministrativo di Lipsia, che tre mesi fa ha tolto il segreto di Stato ai documenti che raccontano gli ultimi 15 anni di vita di Adolf Eichmann. Il dossier, di 4.500 pagine, finora è stato custodito dai servizi segreti esteri tedeschi (Bnd) ma essendo stato fornito da un servizio di intelligence straniero, la cancelliera Merkel si era battuto contro la rimozione del vincolo. Sarà così possibile vedere se e fino a che punto Eichmann fu solo una pedina che eseguiva ordini, secondo quanto sostenuto dalla sua linea difensiva.
fonte dati: IL VELINO
“Nonostante il suo positivo contributo culturale l’ebraismo rimane una realtà poco e talvolta male conosciuta - ha aggiunto Gattegna, presentando l’iniziativa al ministero dei Beni culturali, che patrocina l’iniziativa -. Ma oggi si assiste a un altro approccio nei confronti del mondo ebraico. Possiamo dire che gli ultimi 65 anni rappresentano il miglior periodo della nostra storia, il prodotto del reciproco desiderio di conoscere e di farsi conoscere: è proprio questo lo scopo della Giornata della cultura ebraica”. “L’intento è di far avvicinare alla cultura tradizionale dell’ebraismo, che spesso è un oggetto ancora misterioso per le giovani generazioni - ha spiegato il sottosegretario Francesco Giro -. Eppure il patrimonio che ci ha lasciato dal passato è parte inscindibile di quello, diffuso, del nostro Paese”. La comunità ebraica italiana è quella che meglio degli altri ha saputo interpretare lo spirito della Giornata. Nelle edizioni passate ha infatti mostrato particolare capacità di diffondere l’evento a tutta la società, come confermano le 50 mila presenze negli anni scorsi.
Capofila sarà Livorno, città rifugio dei marrani
Sono due destini talmente intrecciati da essere inestricabili, quelli che accomunano Livorno e la comunità ebraica. Il capoluogo toscano, scelta come capofila della Giornata della cultura ebraica il prossimo 5 settembre, per secoli ha rappresentato per quanti fuggivano dalle angherie nei propri Paesi una meta sicura, al cui sviluppo - per converso - gli ebrei hanno dato un contributo fondamentale. Il risultato è che oggi tradizioni tipiche dell’ebraismo sono diventate patrimonio comune della città perfino a tavola, come nel caso delle roschette, del polpettone alle olive o delle triglie alla livornese. Al tempo stesso nel corso dei secoli sono molti gli ebrei che hanno dato lustro alla città, dai pittori Vittorio Corcos, Ulvi Liegi ed Amedeo Modigliani al matematico Federigo Enriques al rabbino capo Elio Toaff. Che i due destini di Livorno e della comunità fossero accomunati era inevitabile, dal momento che lo sviluppo del comune e il primo cospicuo insediamento ebraico vanno di pari passo: fu infatti con la concessione del porto franco a fine ‘500, con le cosiddette “costituzioni livornine”, a permettere ai israeliti attività e libertà impensabili altrove, dalla lavorazione del sapone, alla carta passando per la raffinazione dello zucchero, la distillazione del vino fino alle botteghe del caffè.
Un richiamo inevitabile per i marrani espulsi dalla penisola iberica, per i quali la cittadina toscana divenne luogo di approdo e salvezza. E proprio spagnoli e portoghesi furono il nucleo costitutivo di una comunità che arrivò a toccare fino alle novemila unità a metà ‘700 (oggi sono appena 700). Il risultato fu che la città si trasformò in breve in uno degli scali principali di tutto il bacino del Mediterraneo e in una fucina di rabbini, cabalisti, stampatori, scrittori e artisti. Ma la tradizione di tolleranza è rimasta nei secoli. “Livorno è stata l’unica città italiana in cui non è mai esistito un ghetto e in cui la sinagoga è stata costruita poco dietro la cattedrale”, rivendica Mario Tredici, “pluralista” assessore comunale alle Culture (anziché alla Cultura). “È venuto il momento di restituire quello che questa città ha fatto ai nostri evi cinque secoli fa”, dice il presidente della comunità ebraica cittadina, Samuele Zarrough riferendosi all’appuntamento del 5 settembre. Per quell’occasione la comunità si aprirà con concerti, mostre, manifestazioni, assaggi gastronomici. Le gallerie d’arte resteranno aperte e in esposizione ci saranno tele di Modigliani (si sta trattando per tenere aperta anche la sua casa) e alcune acqueforti di Marc Chagall, mirabile esempio della sintesi di cultura ebraica e russa.
Ma anche ai tempi d’oggi Livorno continua a esercitare il suo fascino particolare. Al punto da rappresentare tuttora un punto d’approdo, anche in assenza di legami con la città. Come mostra il caso del presidente della comunità ebraica, Samuele Zarrough, fuggito dalla Libia nel 1967 dopo la Guerra dei Sei giorni. “Il clima si fece molto pesante nel Paese e a Tripoli ci furono diversi massacri - ricorda con IL VELINO -. La mia famiglia era di Bengasi, dove la situazione era più tranquilla, ma decidemmo di andarcene comunque”. In tutto furono settemila gli ebrei libici che fuggirono, grazie al permesso concesso dalle autorità, che prima vietavano di abbandonare il Paese. “Il governo italiano fu uno dei primi ad accoglierci e venimmo mandati in un campo profughi a Capua. Quasi tutti decisero di andare a Roma o Milano. La mia e altre sei famiglie - aggiunge Zarrough - scelsero Livorno, pur non avendo parenti o conoscenti”. Una decisione maturata proprio per l’immagine della città toscana, la cui comunità col tempo aveva anche maturato un legame storico con la Libia, con tanto di scambi culturali e di rabbini.
Shoah/ La cattura di Eichmann e il logoro scoop della tv tedesca
È uno “scoop” conosciuto da anni, quello che la tv pubblica tedesca, la Ard, ha mandato in onda domenica scorsa sulla vicenda Eichmann, di cui lo scorso 11 maggio sono ricorsi i 50 anni dalla cattura. Da tempo, infatti, è risaputo che a far scoprire l’ex ufficiale nazista a Buenos Aires, sotto il falso nome di Ricardo Klement, fu involontariamente suo figlio Klaus. Una storia talmente conosciuta da essere riportata perfino nella pagina personale che Wikipedia riserva ad Adolf Eichmann. Fra i tanti, anche David Cesarani, nel suo “Eichmann - His Life and Crimes (2004), riportò la vicenda. Ovvero la sbruffoneria di Klaus Eichmann, primo figlio di Adolf, che si presentò col vero cognome alla sua ragazza ebrea, Sylvia, lasciandosi più volte andare ad affermazioni sul “mancato genocidio” e all’esaltazione dei “valori” del Terzo reich. La ragazza lo raccontò al padre, che la mandò a indagare a casa del fidanzato. La conferma arrivò pochi giorni dopo, quando ad aprire la porta fu Adolf Eichmann in persona. “Mio figlio non c’è, torni un’altra volta”, disse l’ex Ss. “Lei è il padre?”, domandò la ragazza, ricevendo risposta affermativa. Fu così che il papà della giovane, Lothar Hermann - un ebreo ceco reduce del campo di concentramento di Dachau ed era poi emigrato in Argentina - informò il procuratore tedesco Fritz Bauer, il quale a sua volta girò l'informazione al Mossad. Non essendo prevista l'estradizione nel sistema giuridico argentino, i servizi segreti decisero per il rapimento, che avvenne l’11 maggio a Buenos Aires.
Sul ruolo di Eichmann nella “Soluzione finale”, nuova luce potrebbe venire piuttosto dalla recente decisione del tribunale amministrativo di Lipsia, che tre mesi fa ha tolto il segreto di Stato ai documenti che raccontano gli ultimi 15 anni di vita di Adolf Eichmann. Il dossier, di 4.500 pagine, finora è stato custodito dai servizi segreti esteri tedeschi (Bnd) ma essendo stato fornito da un servizio di intelligence straniero, la cancelliera Merkel si era battuto contro la rimozione del vincolo. Sarà così possibile vedere se e fino a che punto Eichmann fu solo una pedina che eseguiva ordini, secondo quanto sostenuto dalla sua linea difensiva.
fonte dati: IL VELINO
© 2021 MiC - Pubblicato il 2020-10-27 22:27:14 / Ultimo aggiornamento 2020-10-27 22:27:14