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Unità d'Italia/ Le Scuderie del Quirinale la celebrano con una mostra
Testo del comunicato
Reduci dal successo di Caravaggio, le Scuderie del Quirinale omaggiano i 150 anni dell’Unità d’Italia con una mostra sul modo in cui la pittura italiana rappresentò gli eventi che portarono all’indipendenza. Dal macchiaiolo Giovanni Fattori ai fratelli Domenico e Gerolamo Induno passando per Francesco Hayez, “1861. I pittori del Risorgimento” (dal 6 ottobre al 16 gennaio 2011) rappresenta il tributo a un’epoca, filtrata attraverso l’opera degli artisti più celebri del tempo. Una rassegna per riportare alla memoria, anche visivamente, gli episodi militari principali, dai “preliminari” delle Cinque giornate di Milano e della Repubblica romana fino alla II Guerra d’Indipendenza. Ma al tempo stesso anche un modo per mostrare “l’altro Risorgimento”: la durezza quotidiana vita militare, l’attenzione ai soldati semplici e ai feriti delle battaglie, al di là della retorica patriottarda e dell’epos tramandato. Protagonista dell’esposizione sarà il tricolore, come anticipa al VELINO Fernando Mazzocca, curatore della mostra insieme a Carlo Sisi: “Stiamo studiando una scenografia particolare, perché essendoci molte tele di grandi dimensioni, in alcuni casi fino a cinque metri, stiamo scendendo i dipinti nello spazio espositivo in modo da permettere ai visitatori di apprezzarli meglio. L’allestimento - prosegue Mazzocca - avrà inoltre come filo conduttore il motivo della bandiera: le luci esalteranno un percorso cadenzato dal logo di Italia 150, i tricolori a forma di onde. E, sempre sullo sfondo del tricolore, emergeranno anche i dipinti”.
Ci sarà spazio anche per una “chicca”, l’esposizione della “Trasteverina colpita da una bomba”, omaggio di Gerolamo Induno (che nel’49 combatté per la Repubblica) al popolo anonimo che muore per un ideale. Come la tradizione vuole sia accaduto, proprio in quelle settimane, al piccolo trasteverino Righetto, morto per spegnere la miccia di una bomba francese e permettere così ai difensori della città di rilanciarle contro l’esercito del generale Oudinot. Per la composizione Induno replicò la Santa Cecilia morente realizzata da Maderno a santa Maria in Trastevere ma dell’opera, famosissima all’epoca, per anni non se ne è più avuta notizia. Il dipinto è magicamente riapparso un paio d’anni fa a una mostra di Christie’s, dove è stata acquistata dalla Galleria nazionale d’arte moderna di Roma, che però non l’ha ancora mai messa in mostra. Circostanza che farà della mostra delle Scuderie del Quirinale “una prima” per questo dipinto a quasi un secolo e mezzo dalla realizzazione.
Il principale confronto, che andrà “in scena” per la prima volta, sarà fra i due maggior esponenti del periodo, agli antipodi nella loro concezione della rappresentazione: lo stesso Gerolamo Induno e Giovanni Fattori. Di grande respiro narrativo, col frequente indugio nei dettagli e nelle descrizioni dei particolari il primo (saranno esposti “La partenza dei coscritti”, “L’imbarco a Quarto”, “La battaglia di Magenta” e “La battaglia della Cernaia”, quest’ultima combattuta in prima persona, tanto da divenire modello di riferimento per tutta la pittura del periodo), più panoramico ma sintetico Fattori, che pur non avendo partecipato a quegli eventi seppe esprimere anche l’altro lato della guerra. Lo stesso artista, nelle sue lettere sgrammaticate da popolano autodidatta, alcune delle quali riportate nel catalogo della mostra, afferma di sentirsi vicino “ai poveri soldati”. Proprio come avviene ne “Lo scoppio del cassone” e “Lo staffato”, che chiudono l’esposizione: il più vero e antiretorico monumento ai caduti delle guerre risorgimentali, come sono stati definiti, perché lontani dalle glorie delle battaglie, dato che nei dipinti si vedono soldati solo morti per una mina o un cavallo imbizzarrito. “L’unificazione avvenne nel giro di due anni - spiega Mazzocca - e molti cercarono di rendere il loro sentimento non solo con l’epica, che pure non manca mai, ma anche nei toni malinconici e con risvolti umanitari mutuati dalla vita di tutti i giorni, come il realismo di Eleuterio Pagliano, Federico Faruffini e Michele Cammarano. Furono una minoranza, ma seppero distinguersi da una massa di mestieranti che si limitò a seguire la via celebrativa. Al loro lavoro abbiamo voluto rendere omaggio, a un secolo e mezzo dall’Unità”.
fonte dati: IL VELINO CULTURA
Ci sarà spazio anche per una “chicca”, l’esposizione della “Trasteverina colpita da una bomba”, omaggio di Gerolamo Induno (che nel’49 combatté per la Repubblica) al popolo anonimo che muore per un ideale. Come la tradizione vuole sia accaduto, proprio in quelle settimane, al piccolo trasteverino Righetto, morto per spegnere la miccia di una bomba francese e permettere così ai difensori della città di rilanciarle contro l’esercito del generale Oudinot. Per la composizione Induno replicò la Santa Cecilia morente realizzata da Maderno a santa Maria in Trastevere ma dell’opera, famosissima all’epoca, per anni non se ne è più avuta notizia. Il dipinto è magicamente riapparso un paio d’anni fa a una mostra di Christie’s, dove è stata acquistata dalla Galleria nazionale d’arte moderna di Roma, che però non l’ha ancora mai messa in mostra. Circostanza che farà della mostra delle Scuderie del Quirinale “una prima” per questo dipinto a quasi un secolo e mezzo dalla realizzazione.
Il principale confronto, che andrà “in scena” per la prima volta, sarà fra i due maggior esponenti del periodo, agli antipodi nella loro concezione della rappresentazione: lo stesso Gerolamo Induno e Giovanni Fattori. Di grande respiro narrativo, col frequente indugio nei dettagli e nelle descrizioni dei particolari il primo (saranno esposti “La partenza dei coscritti”, “L’imbarco a Quarto”, “La battaglia di Magenta” e “La battaglia della Cernaia”, quest’ultima combattuta in prima persona, tanto da divenire modello di riferimento per tutta la pittura del periodo), più panoramico ma sintetico Fattori, che pur non avendo partecipato a quegli eventi seppe esprimere anche l’altro lato della guerra. Lo stesso artista, nelle sue lettere sgrammaticate da popolano autodidatta, alcune delle quali riportate nel catalogo della mostra, afferma di sentirsi vicino “ai poveri soldati”. Proprio come avviene ne “Lo scoppio del cassone” e “Lo staffato”, che chiudono l’esposizione: il più vero e antiretorico monumento ai caduti delle guerre risorgimentali, come sono stati definiti, perché lontani dalle glorie delle battaglie, dato che nei dipinti si vedono soldati solo morti per una mina o un cavallo imbizzarrito. “L’unificazione avvenne nel giro di due anni - spiega Mazzocca - e molti cercarono di rendere il loro sentimento non solo con l’epica, che pure non manca mai, ma anche nei toni malinconici e con risvolti umanitari mutuati dalla vita di tutti i giorni, come il realismo di Eleuterio Pagliano, Federico Faruffini e Michele Cammarano. Furono una minoranza, ma seppero distinguersi da una massa di mestieranti che si limitò a seguire la via celebrativa. Al loro lavoro abbiamo voluto rendere omaggio, a un secolo e mezzo dall’Unità”.
fonte dati: IL VELINO CULTURA
© 2021 MiC - Pubblicato il 2020-10-27 22:27:14 / Ultimo aggiornamento 2020-10-27 22:27:14