Pubblicato il:
Iscriviti alla newsletter
PRESENTAZIONE Spielberg. Documentazione sui detenuti politici italiani. Inventario 1822-1859
Testo del comunicato
I ‘primi vagiti’ della coscienza nazionale, i moti carbonari del 1818-21, che contribuirono a seminare il germe delle autonomie nazionali nell’Europa della prima metà dell'Ottocento, cui era stato dato ampio spazio nel secondo dopoguerra nella didattica della storia, con commemorazioni e perfino con album di figurine “risorgimentali” dal forte impatto emotivo, dagli anni Settanta furono relegati in poche righe nei testi scolastici e ingiustamente rimossi per decenni dalla storiografia nazionale, anche nel segno di un revisionismo storico, prima filo-austriaco, poi di impronta regionalistica.
L’Archivio di Stato di Rovigo e l’Associazione Minelliana di Rovigo hanno messo a punto un progetto di recupero della memoria scritta che ha consentito nel 2007 la digitalizzazione dell’importantissima documentazione relativa ai prigionieri politici italiani detenuti dal 1822 allo Spielberg, il carcere di massima sicurezza dell'Impero Austro-Ungarico.
Esce ora finalmente la pubblicazione dell’inventario analitico in lingua italiana dell’intero complesso documentario, sinora solo parzialmente e sommariamente descritto. Si tratta di una novità editoriale di indiscussa portata europea che consente per la prima volta, dopo oltre 160 anni, di far luce su molti aspetti controversi delle varie versioni del “carcere duro” di cui hanno parlato nelle loro opere Silvio Pellico, Pietro Maroncelli, Filippo Andryane e Federico Confalonieri, tutti compagni di prigionia allo Spielberg.
Un Inventario, quindi, unico nel suo genere perché frutto di anni di lavoro sulle immagini ad alta definizione dei documenti da parte del curatore, Luigi Contegiacomo, direttore dell'Archivio di Stato di Rovigo, che ha affrontato con certosina pazienza, migliaia di carte per lo più scritte in lingua tedesca e in carattere corsivo gotico.
Scorrendo le pagine del volume emergono i terribili lunghissimi giorni e le angosciose notti dei patrioti italiani, incatenati alle caviglie, costretti a un vitto miserabile, a condizioni di vita e di lavoro umilianti, tra patimenti, speranze e delazioni.
Riemergono dalla polvere della storia, più che dell'archivio, centinaia di ossessive lettere autografe dell’imperatore e del suo onnipotente ministro di polizia Sedlnitzky, oltre mille lettere del governatore di Moravia e Slesia, migliaia di lettere, verbali di ispezione, rapporti medici dettagliatissimi sui detenuti italiani; riemerge insomma dai ben tenuti archivi della Repubblica Ceca l’altra faccia della storia, la prospettiva invertita dei lunghi anni di prigionia, visti per la prima volta in modo esaustivo non attraverso gli occhi e la memoria dei condannati, bensì attraverso gli occhi degli altri protagonisti delle vicende, le autorità locali e centrali, di coloro che detenevano le “chiavi” di quei “tenebrosi covili”.
Ne scaturisce una visione prospettica che si interseca con gli umori e i sentimenti dei carbonari, con i loro desideri, le loro proteste, le loro sofferenze, affidate ai rapporti dei secondini e della polizia, ma anche alle decine di lettere dei detenuti e dei loro familiari, solo in piccola parte note.
Nel mantovano la carboneria era attiva a Viadana, Quingentole, Gonzaga, Borgoforte, San Martino dall’Argine e a Mantova con il conte Arrivabene. Nell’aprile del 1822 furono arrestati Luigi Manfredini, direttore delle poste di Mantova, e Cesare Albertini farmacista a Quingentole, condotti a Milano e sottoposti a pressanti interrogatori. Con le loro confessioni furono coinvolti i cospiratori milanesi Federico Confalonieri, Porro, Pecchio, Scalvini, i Fratelli Ugoni, Borsieri e i congiurati di Parma Bacchi, Negri, Marchi, il maggiore Berchet e numerosi altri. Condannati a morte nel 1823, la pena "in via di grazia" venne commutata rispettivamente a 20 e 15 anni di carcere. Inviati allo Sielberg nel 1824, l'Albertini vi morì dopo nove anni, mentre il Manfredini dopo un anno di permanenza fu tradotto da un carcere all'altro per gli interrogatori, da Milano a Trieste, per poi arrivare a Gradisca nel 1826. Nel 1835 da Gradisca, dove venivano ammassati i carcerati prima di essere deportati in America, Manfredini fu inviato a Trieste per l'imbarco ma, date le pessime condizioni di salute, non venne imbarcato. Fu confinato a Zara dove se ne persero le tracce. I moti del 1821 per coloro che vi erano compromessi politicamente, significarono nel migliore dei casi l'esilio.
16 aprile ore 11.00
Archivio di Stato di Mantova
Via Dottrina Cristiana, 4
Tel. 0376 324441 – Fax 0376 222554
as-mn@beniculturali.it - www.archivi.beniculturali.it/ASMN/
Promossa da: Archivio di Stato di Mantova
L’Archivio di Stato di Rovigo e l’Associazione Minelliana di Rovigo hanno messo a punto un progetto di recupero della memoria scritta che ha consentito nel 2007 la digitalizzazione dell’importantissima documentazione relativa ai prigionieri politici italiani detenuti dal 1822 allo Spielberg, il carcere di massima sicurezza dell'Impero Austro-Ungarico.
Esce ora finalmente la pubblicazione dell’inventario analitico in lingua italiana dell’intero complesso documentario, sinora solo parzialmente e sommariamente descritto. Si tratta di una novità editoriale di indiscussa portata europea che consente per la prima volta, dopo oltre 160 anni, di far luce su molti aspetti controversi delle varie versioni del “carcere duro” di cui hanno parlato nelle loro opere Silvio Pellico, Pietro Maroncelli, Filippo Andryane e Federico Confalonieri, tutti compagni di prigionia allo Spielberg.
Un Inventario, quindi, unico nel suo genere perché frutto di anni di lavoro sulle immagini ad alta definizione dei documenti da parte del curatore, Luigi Contegiacomo, direttore dell'Archivio di Stato di Rovigo, che ha affrontato con certosina pazienza, migliaia di carte per lo più scritte in lingua tedesca e in carattere corsivo gotico.
Scorrendo le pagine del volume emergono i terribili lunghissimi giorni e le angosciose notti dei patrioti italiani, incatenati alle caviglie, costretti a un vitto miserabile, a condizioni di vita e di lavoro umilianti, tra patimenti, speranze e delazioni.
Riemergono dalla polvere della storia, più che dell'archivio, centinaia di ossessive lettere autografe dell’imperatore e del suo onnipotente ministro di polizia Sedlnitzky, oltre mille lettere del governatore di Moravia e Slesia, migliaia di lettere, verbali di ispezione, rapporti medici dettagliatissimi sui detenuti italiani; riemerge insomma dai ben tenuti archivi della Repubblica Ceca l’altra faccia della storia, la prospettiva invertita dei lunghi anni di prigionia, visti per la prima volta in modo esaustivo non attraverso gli occhi e la memoria dei condannati, bensì attraverso gli occhi degli altri protagonisti delle vicende, le autorità locali e centrali, di coloro che detenevano le “chiavi” di quei “tenebrosi covili”.
Ne scaturisce una visione prospettica che si interseca con gli umori e i sentimenti dei carbonari, con i loro desideri, le loro proteste, le loro sofferenze, affidate ai rapporti dei secondini e della polizia, ma anche alle decine di lettere dei detenuti e dei loro familiari, solo in piccola parte note.
Nel mantovano la carboneria era attiva a Viadana, Quingentole, Gonzaga, Borgoforte, San Martino dall’Argine e a Mantova con il conte Arrivabene. Nell’aprile del 1822 furono arrestati Luigi Manfredini, direttore delle poste di Mantova, e Cesare Albertini farmacista a Quingentole, condotti a Milano e sottoposti a pressanti interrogatori. Con le loro confessioni furono coinvolti i cospiratori milanesi Federico Confalonieri, Porro, Pecchio, Scalvini, i Fratelli Ugoni, Borsieri e i congiurati di Parma Bacchi, Negri, Marchi, il maggiore Berchet e numerosi altri. Condannati a morte nel 1823, la pena "in via di grazia" venne commutata rispettivamente a 20 e 15 anni di carcere. Inviati allo Sielberg nel 1824, l'Albertini vi morì dopo nove anni, mentre il Manfredini dopo un anno di permanenza fu tradotto da un carcere all'altro per gli interrogatori, da Milano a Trieste, per poi arrivare a Gradisca nel 1826. Nel 1835 da Gradisca, dove venivano ammassati i carcerati prima di essere deportati in America, Manfredini fu inviato a Trieste per l'imbarco ma, date le pessime condizioni di salute, non venne imbarcato. Fu confinato a Zara dove se ne persero le tracce. I moti del 1821 per coloro che vi erano compromessi politicamente, significarono nel migliore dei casi l'esilio.
16 aprile ore 11.00
Archivio di Stato di Mantova
Via Dottrina Cristiana, 4
Tel. 0376 324441 – Fax 0376 222554
as-mn@beniculturali.it - www.archivi.beniculturali.it/ASMN/
Promossa da: Archivio di Stato di Mantova
© 2021 MiC - Pubblicato il 2020-10-27 22:27:18 / Ultimo aggiornamento 2020-10-27 22:27:18