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L’ARCHIVIO CENTRALE DELLO STATO NON CHIUDE: SUL DEPOSITO ARCHIVISTICO DI POMEZIA
Testo del comunicato
La pubblicazione su Repubblica.it del 20 agosto dell’inchiesta “L’Italia senza più memoria”, ove si denunciano i tagli di risorse all’Archivio centrale dello Stato (ACS), ha indotto studiosi, storici e “amici” dell’Archivio ad esprimere e manifestare la loro solidarietà. Li si vuole qui ringraziare tutti, in particolare coloro che ci hanno sollecitato a trovare le più opportune forme di iniziativa per garantire al nostro Istituto le risorse necessarie.
E’ bene però precisare che nel sommario del servizio, inevitabilmente alla ricerca del grido ad effetto, sono gravemente alterati, fino a diventare false notizie, almeno due punti. Il primo è che “entro l’anno l’ACS potrebbe chiudere”: nel corpo dell’articolo si dice correttamente che “sarà complicato chiudere il bilancio 2014” (ma sarà certamente chiuso), mentre è vero che negli anni a venire, se le risorse rimarranno quelle del 2014 e se non si faranno investimenti “produttivi” (come il fotovoltaico, ad esempio), il rischio è incombente.
La seconda, ancora più grave, riguarda l’affermazione che la sede dell’ACS potrebbe essere trasferita a Pomezia mentre in tutto l’articolo si parla solo del deposito archivistico di Pomezia.
Ma le cose che si vanno dicendo sul deposito di Pomezia richiedono qualche ulteriore, rapido chiarimento, mentre una spiegazione più ampia ed esaustiva si potrà leggere nel più ampio documento pubblicato nel sito web ACS (http://www.archiviocentraledellostato.beniculturali.it/pdf/SulDepositoArchivisticoPomezia.pdf).
1. La scelta dell’attuale sede dell’ACS si deve al primo sovrintendente dell’ACS, Armando Lodolini, che negli anni Cinquanta propose che il complesso destinato in occasione dell’E42 alla Mostra dell'autarchia, e rimasto incompiuto a causa della guerra, fosse adeguato e reso idoneo a custodire le consistenti masse di archivi che si sarebbe dovuto ospitare. Purtroppo la proposta di Armando Lodolini fu accolta tardivamente, quando gli edifici erano già stati completati senza che i necessari lavori vi fossero compiuti.
2. Ancora oggi se ne pagano le conseguenze: gli spazi del primo piano dell’edificio laterale (per le temperature “estreme” che vi si registrano) e quelli del piano inferiore dell’edificio centrale, interrato e privo di intercapedini e pertanto sottoposto a fenomeni di diffusa umidità, costituiscono ambienti inidonei a custodire la documentazione archivista.
3. I castelli di scaffalature di tutto il piano terra dell’edificio laterale, con ballatoi cui si accede solo da scale strette che impediscono l’uso dei carrelli, sono strutture che rendono del tutto disagevole la movimentazione del materiale.
4. Lo stato dei locali e degli impianti, mai sottoposti, dal 1960, ad una complessiva manutenzione è causa di ripetuti malfunzionamenti che mettono a rischio la buona conservazione delle carte.
5. Il risultato, in sintesi, è che i depositi del più importante istituto archivistico italiano non garantiscono, per una parte non trascurabile, una corretta conservazione delle fonti storiche custodite, né una loro agevole gestione. A fronte di un esborso di quasi cinque milioni di euro che ogni anno il Mibact paga per la locazione della sede dell’ACS ad Eur spa, società a partecipazione pubblica (MEF e Comune di Roma) proprietaria degli immobili.
6. Il deposito archivistico di Pomezia, la cui acquisizione in locazione è stata definita all’inizio del 2013 (l’iter era stato avviato nel 2010), sostituisce la succursale del Serafico. Con qualche differenza: il deposito di Pomezia costa infatti 150.000 euro l’anno (inclusi tutti i costi aggiuntivi, compresi quelli di guardiania) e può ospitare 38 chilometri di carte, la succursale del Serafico, presa in affitto a metà degli anni Ottanta, custodiva 15 chilometri di carte e costava, tra canone di locazione e costi di gestione, 450.000 euro l’anno. Si è così aumentata di 23 chilometri la capacità di ricezione dei depositi ACS, risparmiando per giunta 300.000 euro l’anno.
7. Nell’ottobre 2013 si è concluso il trasferimento nel deposito di Pomezia dei fondi archivistici ACS privi di adeguate descrizioni (dunque inconsultabili) e di quelli raramente richiesti: nei dieci mesi trascorsi, si sono ricevute DUE richieste di consultazione, a riprova della bontà della scelta. Contestualmente al trasferimento, è stato possibile razionalizzare la sistemazione di altri fondi della sede centrale.
8. L’acquisizione del deposito di Pomezia, con la sua disponibilità di spazi, è stata un’operazione molto positiva. Ha consentito di corrispondere alle richieste di versamento e deposito pervenute, evitandoci di dover ripetere quei rifiuti che negli anni passati hanno ridotto al minimo le nuove acquisizioni: una circostanza che ha inevitabilmente determinando la “scomparsa” di tanti archivi (un danno enorme, di cui poco si parla, al patrimonio storico nazionale). Ha inoltre consentito di poter cogliere occasioni importanti e proficue, com’è stato per il progetto Aset che vede l’ACS beneficiario di un finanziamento PON di 750.000 euro grazie al fatto che si poteva disporre di un deposito archivistico, semplicemente per compiere il dovere, istituzionale, di riunire tutti gli archivi prodotti dalla Cassa per il Mezzogiorno e dall’Agensud, archivi che alla fine degli anni Novanta, proprio per carenza di spazio, l’ACS poté acquisire solo in parte.
9. In attesa di soluzioni più ambiziose, complesse e virtuose (ma per acquisire un deposito esistente ci sono voluti quasi tre anni!!), la prospettiva di poter trasferire a Pomezia una ulteriore parte della documentazione dell’Eur (dove vi sono ancora, in quantità, fondi non adeguatamente descritti e pochissimo richiesti) significa garantire la migliore custodia di quelle carte, portandole in un deposito finalmente idoneo, e sottrarle ai rischi di condizioni ambientali inidonee.
10. Questa prospettiva diverrà davvero praticabile se saranno garantiti gli adeguati finanziamenti, cosa che nell’attuale situazione si potrà fare solo a livello Mibact, individuando soluzioni che in un’ottica più generale di abbattimento della spesa, consentano i più opportuni investimenti. Nel caso che ci interessa: proprio quegli spazi inidonei a svolgere la funzione di deposito archivistico sono invece straordinariamente adatti a strutture museali. In particolare, per far coincidere funzionalità degli spazi e economicità della soluzione, a quelle strutture museali per le quali il Mibact paga un fitto di una qualche consistenza (anche la sede ACS è in affitto, ma proprietaria degli immobili è Eur spa, una società a partecipazione pubblica, circostanza che richiederebbe quegli approfondimenti che si danno nel documento “L’ACS non chiude: sul deposito archivistico di Pomezia”). Ne consegue che il vantaggio economico che si otterrebbero dal trasferimento di un museo in una parte degli spazi del nostro edificio laterale corrisponderebbero all’entità della locazione che il Mibact paga per esso ad altri soggetti privati.
11. Dai risparmi così ottenuti l’ACS può ricavare le risorse per realizzare più incisive attività di inventariazione e digitalizzazione delle fonti, effettuare concrete azioni di manutenzione degli spazi, quasi del tutto concentrati a questo punto nel più funzionale edificio centrale, può gestire un efficace servizio archivistico da Pomezia a Roma: poiché nessuno ha mai pensato di aprire una sede a Pomezia, si tratta di una navetta che tutte le mattine porta i pezzi richiesti nella Sala di studio dell’Eur, che dal 2015 sarà peraltro dotata di un sistema informatizzato di gestione che consentirà la prenotazione a distanza.
12. Sarebbe peraltro opportuno che la DGA consentisse alla proposta di estendere il deposito di Pomezia, per farlo diventare davvero il primo nucleo di quel polo archivistico romano di cui si parla da anni. Anche perché il nuovo termine per i versamenti, di trenta anziché di quarant’anni, dovrà necessariamente determinare l’acquisizione di una mole consistente di carte: da una rapida ricognizione (2013) dei depositi archivistici esterni agli immobili (conosciuti) in cui hanno sede gli uffici delle amministrazioni attive, limitata a quegli organi centrali dello Stato su cui l’ACS esercita la propria competenza, è risultato che la loro consistenza è di 800.000 metri lineari. Quanta parte dovrebbe arrivare all’ACS? Un quarto? Un quinto? Solo un decimo? Sarebbero comunque ottanta chilometri.
Roma, 26 agosto 2014
© 2021 MiC - Pubblicato il 2020-10-27 22:29:59 / Ultimo aggiornamento 2020-10-27 22:29:59