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INTERVENTO DEL MINISTRO BRAY ALL'INAUGURAZIONE DEL PADIGLIONE ITALIANO DELLA BIENNALE DI VENEZIA
Testo del comunicato
Buongiorno a tutti, sono felicissimo di partecipare all'inaugurazione del Padiglione italiano della Biennale di Venezia, attraverso il quale il nostro Paese dimostra non solo di voler restare in primo piano nell'evoluzione dell'arte contemporanea, ma di credere fortemente che dalla Cultura bisogna ripartire per definire un piano di crescita e di rinascita. La cura del Padiglione seguita da Bartolomeo Pietromarchi mostra il percorso pluriennale dell'arte italiana, una riflessione critica utile sulle manifestazioni culturali che hanno un senso profondo.
L’edizione 2013 della Biennale di Venezia riveste a mio avviso un’importanza particolare: il fatto che si sia potuto e si possa parlare della “Biennale dei record”, innanzitutto per la quantità delle opere esposte, in un momento in cui la grave crisi economica che ha colpito, tra gli altri, il nostro Paese è ancora ben lungi dal potersi considerare terminata, credo sia un segnale estremamente significativo di come l’arte e la cultura possano e debbano ambire a rappresentare una ‘controtendenza’, e possano diventare, in prospettiva, una grande opportunità di ricostruzione e di rilancio anche per l’economia, la politica, la società. Questa opportunità non ci è fornita soltanto dalla valorizzazione del passato, del patrimonio ormai acquisito come classico, ma anche, insieme,dall’esplorazione del contemporaneo.
Ma non è soltanto per i ‘numeri’ che questa edizione mi sembra importante: al di là delle dimensioni dell’offerta espositiva, l’allestimento proposto da Massimiliano Gioni ha infatti il merito di porsi un’ambizione anche maggiore, vale a dire quella del recupero di una dimensione di senso, l’ambizione di proporre un percorso che sia anche discorso, senza ritrarsi di fronte alla sfida del significato, e anzi con l’obiettivo di suggerire “un’idea più pura dell’arte”. Parole, queste, che possono richiamare alla mente i versi dedicati da Wislawa Szymborska alla lattaia di Vermeer: «Finché quella donna del Rijksmuseum / nel silenzio dipinto e in raccoglimento / giorno dopo giorno versa / il latte dalla brocca nella scodella, / il Mondo non merita / la fine del mondo». Ed è a questo aspetto di narrazione, di proposta di lettura che va ricondotta, credo, la presenza di opere anche di anni non recentissimi: non si tratta, come si è talora letto detto in questi giorni, di incapacità di rinnovarsi o di una rinuncia a proporre il nuovo. Si tratta piuttosto di un mutamento nello sguardo, nel punto di vista: lungi dall’essere un’operazione rivolta al passato, il recupero della dimensione antropologica e mitico-simbolica dell’arte che caratterizza l’esposizione costituisce un’opportunità conoscitiva, in quanto tale costitutivamente aperta verso i possibili futuri. Bella, difficile e affascinante la scommessa di Gioni.
Vorrei qui proporre, molto brevemente, alcune riflessioni che mi sono state suscitate dal tema di quest’anno, al di là delle scelte critiche e delle proposte interpretative che scandiscono nello specifico i contenuti e i percorsi espositivi della mostra: il tema del ‘palazzo enciclopedico’. Un’immagine evocativa, suggestiva, particolarmente nell’epoca di internet e del flusso illimitato di nozioni e informazioni: un’immagine che da una parte, come progetto, non può non ricordare la biblioteca universale di Kurd Lasswitz o quella di Babele di Borges, con la differenza cui giàaccennavo prima, quella cioè per la quale l’ambizione è in questo caso quella di proporre un percorso di senso, e quindi in qualche modo un ordinamento, per quanto caleidoscopico, della molteplicità; e un’immagine che d’altra parte, nella sua realizzazione, è accostabile, come pure è stato detto, a una successione di Wunderkammern, recuperando così implicitamente l’idea della meraviglia come accessus alla conoscenza.
Si è fatto riferimento, certamente a proposito, alle lezioni americane di Italo Calvino, e in particolare alla quinta, quella sulla ‘molteplicità’; a me piacerebbe suggerire invece un accostamento con un’altra opera di Calvino, Le città invisibili, che mi pare costituisca un termine di paragone interessante per l’idea di palazzo enciclopedico per come è stato qui concepito, in quanto rassegna di luoghi simbolici e interiori il cui attraversamento è un percorso – ripeto – conoscitivo, vorrei dire in qualche misura anche iniziatico: «L’atlante del Gran Kan» – si legge nel romanzo – «contiene anche le carte delle terre promesse visitate nel pensiero ma non ancora scoperte o fondate: la Nuova Atlantide, Utopia la Città del Sole, Oceana, Tamoé, Armonia, New-Lanark, Icaria»; Kublai chiede a Marco Polo: «Tu che esplori intorno e vedi i segni, saprai dirmi verso quale di questi futuri ci spingono i venti propizi». E nella sua risposta Marco Polo evoca «la città perfetta, fatta di frammenti mescolati col resto, d’istanti separati da intervalli, di segnali che uno manda e non sa chi li raccoglie».
L’immagine dell’enciclopedia porta con sé l’idea di canone, idea di cui si torna ciclicamente a parlare e che costituisce un momento ineludibile della riflessione sull’arte e sulla cultura: un canone inteso in questo caso non come selezione, bensì come narrazione; vale a dire, di nuovo, come creazione di itinerari di senso, di suggerimenti interpretativi, di suggestioni che intendono tradursi in forme di conoscenza. E si tratterà allora di un canone inteso non come una struttura monolitica, bensì come una convergenza in continuo autorinnovamento; una ‘struttura flessibile’, insomma, per riprendere una felice intuizione del critico letterario francese Marcel Charles; e un canone, soprattutto, inclusivo, tanto da accogliere, e accostare agli artisti considerati maggiori con gli outsider.
In questo evento il mondo riconosce un punto centrale di riferimento e dialogo sulla Cultura. Questo dicono la Mostra Internazionale, gli 88 Paesi partecipanti, le 48 mostre collaterali e le numerose attività che a Venezia circondano in questo momento l'apertura della Biennale. Come ho già detto, si avverte in modo del tutto speciale e intenso la Sensazione che Arte e Cultura possano dare un grande contributo alla ripresa e alla rinascita del Paese. Da parte mia, ho l'intenzione di stimolare quanto più possibile l'interesse del pubblico per l'Arte contemporanea. Per questo motivo credo importante che il Ministero si ponga non solo come promotore ma anche come committente delle opere.
Il piano per l'Arte contemporanea, pari a 1,5 milioni di euro, non è sufficiente a sostenere il settore come meriterebbe, in questo momento di crisi in cui il Ministero non ha nemmeno le risorse per gestire le emergenze. Quello che e certo, come ho detto a L'Aquila e a Carpi, è che mi impegnerò a razionalizzare tutti i fondi del Ministero per promuovere l'Arte e la Cultura e restituirgli la dignità che meritano.
Un buon esempio innovativo è il tentativo fatto da Pietromarchi di finanziare il Padiglione con il crowd funding, coinvolgendo direttamente i cittadini in una manifestazione artistica. Un tentativo interessante su cui riflettere.
Vorrei anche chiedere a tutte le amministrazioni pubbliche di rispettare una legge datata ma ancora straordinariamente all'avanguardia come la 717 del 1949, per cui Regioni, Province, Comuni e tutti gli altri Enti Pubblici, quando provvedono all'esecuzione di nuove costruzioni di edifici pubblici e alla ricostruzione di edifici pubblici, devono destinare al loro abbellimento delle opere d'arte contemporanea per una quota non inferiore al 2 per cento della spesa totale prevista nel progetto.
Mi auguro Che si continui a lavorare affinché l'arte contemporanea italiana, che a Venezia sta dimostrando la sua vitalità, sia parte del linguaggio e della Cultura del nostro Paese.
Il Ministro Massimo Bray ed il curatore Bartolomeo Pietromarchi fanno il punto sulla situazione della Cultura in Italia
L’edizione 2013 della Biennale di Venezia riveste a mio avviso un’importanza particolare: il fatto che si sia potuto e si possa parlare della “Biennale dei record”, innanzitutto per la quantità delle opere esposte, in un momento in cui la grave crisi economica che ha colpito, tra gli altri, il nostro Paese è ancora ben lungi dal potersi considerare terminata, credo sia un segnale estremamente significativo di come l’arte e la cultura possano e debbano ambire a rappresentare una ‘controtendenza’, e possano diventare, in prospettiva, una grande opportunità di ricostruzione e di rilancio anche per l’economia, la politica, la società. Questa opportunità non ci è fornita soltanto dalla valorizzazione del passato, del patrimonio ormai acquisito come classico, ma anche, insieme,dall’esplorazione del contemporaneo.
Ma non è soltanto per i ‘numeri’ che questa edizione mi sembra importante: al di là delle dimensioni dell’offerta espositiva, l’allestimento proposto da Massimiliano Gioni ha infatti il merito di porsi un’ambizione anche maggiore, vale a dire quella del recupero di una dimensione di senso, l’ambizione di proporre un percorso che sia anche discorso, senza ritrarsi di fronte alla sfida del significato, e anzi con l’obiettivo di suggerire “un’idea più pura dell’arte”. Parole, queste, che possono richiamare alla mente i versi dedicati da Wislawa Szymborska alla lattaia di Vermeer: «Finché quella donna del Rijksmuseum / nel silenzio dipinto e in raccoglimento / giorno dopo giorno versa / il latte dalla brocca nella scodella, / il Mondo non merita / la fine del mondo». Ed è a questo aspetto di narrazione, di proposta di lettura che va ricondotta, credo, la presenza di opere anche di anni non recentissimi: non si tratta, come si è talora letto detto in questi giorni, di incapacità di rinnovarsi o di una rinuncia a proporre il nuovo. Si tratta piuttosto di un mutamento nello sguardo, nel punto di vista: lungi dall’essere un’operazione rivolta al passato, il recupero della dimensione antropologica e mitico-simbolica dell’arte che caratterizza l’esposizione costituisce un’opportunità conoscitiva, in quanto tale costitutivamente aperta verso i possibili futuri. Bella, difficile e affascinante la scommessa di Gioni.
Vorrei qui proporre, molto brevemente, alcune riflessioni che mi sono state suscitate dal tema di quest’anno, al di là delle scelte critiche e delle proposte interpretative che scandiscono nello specifico i contenuti e i percorsi espositivi della mostra: il tema del ‘palazzo enciclopedico’. Un’immagine evocativa, suggestiva, particolarmente nell’epoca di internet e del flusso illimitato di nozioni e informazioni: un’immagine che da una parte, come progetto, non può non ricordare la biblioteca universale di Kurd Lasswitz o quella di Babele di Borges, con la differenza cui giàaccennavo prima, quella cioè per la quale l’ambizione è in questo caso quella di proporre un percorso di senso, e quindi in qualche modo un ordinamento, per quanto caleidoscopico, della molteplicità; e un’immagine che d’altra parte, nella sua realizzazione, è accostabile, come pure è stato detto, a una successione di Wunderkammern, recuperando così implicitamente l’idea della meraviglia come accessus alla conoscenza.
Si è fatto riferimento, certamente a proposito, alle lezioni americane di Italo Calvino, e in particolare alla quinta, quella sulla ‘molteplicità’; a me piacerebbe suggerire invece un accostamento con un’altra opera di Calvino, Le città invisibili, che mi pare costituisca un termine di paragone interessante per l’idea di palazzo enciclopedico per come è stato qui concepito, in quanto rassegna di luoghi simbolici e interiori il cui attraversamento è un percorso – ripeto – conoscitivo, vorrei dire in qualche misura anche iniziatico: «L’atlante del Gran Kan» – si legge nel romanzo – «contiene anche le carte delle terre promesse visitate nel pensiero ma non ancora scoperte o fondate: la Nuova Atlantide, Utopia la Città del Sole, Oceana, Tamoé, Armonia, New-Lanark, Icaria»; Kublai chiede a Marco Polo: «Tu che esplori intorno e vedi i segni, saprai dirmi verso quale di questi futuri ci spingono i venti propizi». E nella sua risposta Marco Polo evoca «la città perfetta, fatta di frammenti mescolati col resto, d’istanti separati da intervalli, di segnali che uno manda e non sa chi li raccoglie».
L’immagine dell’enciclopedia porta con sé l’idea di canone, idea di cui si torna ciclicamente a parlare e che costituisce un momento ineludibile della riflessione sull’arte e sulla cultura: un canone inteso in questo caso non come selezione, bensì come narrazione; vale a dire, di nuovo, come creazione di itinerari di senso, di suggerimenti interpretativi, di suggestioni che intendono tradursi in forme di conoscenza. E si tratterà allora di un canone inteso non come una struttura monolitica, bensì come una convergenza in continuo autorinnovamento; una ‘struttura flessibile’, insomma, per riprendere una felice intuizione del critico letterario francese Marcel Charles; e un canone, soprattutto, inclusivo, tanto da accogliere, e accostare agli artisti considerati maggiori con gli outsider.
In questo evento il mondo riconosce un punto centrale di riferimento e dialogo sulla Cultura. Questo dicono la Mostra Internazionale, gli 88 Paesi partecipanti, le 48 mostre collaterali e le numerose attività che a Venezia circondano in questo momento l'apertura della Biennale. Come ho già detto, si avverte in modo del tutto speciale e intenso la Sensazione che Arte e Cultura possano dare un grande contributo alla ripresa e alla rinascita del Paese. Da parte mia, ho l'intenzione di stimolare quanto più possibile l'interesse del pubblico per l'Arte contemporanea. Per questo motivo credo importante che il Ministero si ponga non solo come promotore ma anche come committente delle opere.
Il piano per l'Arte contemporanea, pari a 1,5 milioni di euro, non è sufficiente a sostenere il settore come meriterebbe, in questo momento di crisi in cui il Ministero non ha nemmeno le risorse per gestire le emergenze. Quello che e certo, come ho detto a L'Aquila e a Carpi, è che mi impegnerò a razionalizzare tutti i fondi del Ministero per promuovere l'Arte e la Cultura e restituirgli la dignità che meritano.
Un buon esempio innovativo è il tentativo fatto da Pietromarchi di finanziare il Padiglione con il crowd funding, coinvolgendo direttamente i cittadini in una manifestazione artistica. Un tentativo interessante su cui riflettere.
Vorrei anche chiedere a tutte le amministrazioni pubbliche di rispettare una legge datata ma ancora straordinariamente all'avanguardia come la 717 del 1949, per cui Regioni, Province, Comuni e tutti gli altri Enti Pubblici, quando provvedono all'esecuzione di nuove costruzioni di edifici pubblici e alla ricostruzione di edifici pubblici, devono destinare al loro abbellimento delle opere d'arte contemporanea per una quota non inferiore al 2 per cento della spesa totale prevista nel progetto.
Mi auguro Che si continui a lavorare affinché l'arte contemporanea italiana, che a Venezia sta dimostrando la sua vitalità, sia parte del linguaggio e della Cultura del nostro Paese.
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Biennale di Venezia 2013 - Padiglione Italia - ViceversaIl Ministro Massimo Bray ed il curatore Bartolomeo Pietromarchi fanno il punto sulla situazione della Cultura in Italia
© 2021 MiC - Pubblicato il 2020-10-27 22:27:31 / Ultimo aggiornamento 2020-10-27 22:27:31