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Evitare i falsi? Ricorrere a interlocutori ufficiali e archivi
Testo del comunicato
“K19, 1919, 60 x 40 centimetri”: questa la didascalia essenziale attribuita ad una presunta tela di Wassily Kandinsky, che un gruppo di malviventi aveva cercato di vendere a fine 2010 a un ricco imprenditore appassionato d’arte, spacciandola per un lavoro inedito dell’artista moscovita. Com’è noto, il clamoroso tentativo di truffa, da tre milioni di euro, è stato sventato dal nucleo Tutela patrimonio culturale dei Carabinieri di Monza. Ma quest’episodio non è che l’ultimo di una lunga serie di illeciti che avvengono costantemente nel mondo dell’arte. Solo per citare qualche precedente, fece scalpore (e anche tremare le fondamenta del mercato) la truffa ideata da Pontus Hulten, l’ex direttore del Moderna Museet di Stoccolma e critico di fama internazionale che aveva venduto ben 110 falsi di Andy Warhol, le celebri “Brillo Boxes”. Oppure l’operazione che ha l’estate scorsa ha portato alla luce un traffico di dodici opere d’arte contraffatte di autori come Fernandez Arman, Giorgio De Chirico, Giacomo Balla e Mario Sironi. A prescindere dall’oggetto in questione, vale sempre la regola per cui dove c’è circolazione di merci, c’è sempre il rischio di illecito. Un assioma al quale non si è mai sottratto il mercato dell’arte, da sempre caratterizzato dalla presenza di copie delle opere dei grandi maestri, ma che in quella contemporanea sembra essere ancora più diffuso e articolato.
Un fenomeno al quale concorre il fatto che le opere sono percepite sempre più come un investimento e addirittura un “bene rifugio”. Anche perché nell’arte contemporanea, l’idea spesso ha la prevalenza sull’esecuzione, che per sua stessa natura può essere delegata a terzi, cosicché appare difficile avere la certezza assoluta del controllo dell’autore ed è più alto il rischio di falsi. Come nel caso dei falsi arazzi di Boetti. Ma allora, considerando le problematiche relative al diritto d’autore, al pezzo unico e al multiplo in scultura e alla regolamentazione in tema di fotografia ( per cui le copie se in numero limitato e firmate possono essere considerate come originali), come si può tutelare un collezionista o semplicemente chi si appresta ad acquistare un’opera? “Non ci sono certezze - ammette al VELINO il gallerista Fabrizio Russo - ecco perché occorre sempre che l’acquirente si avvicini al mercato dell’arte con consapevolezza e cognizione di causa, rivolgendosi a interlocutori seri affidabili e ufficiali. Buone gallerie in primo luogo, alle quali richiedere ed esigere, prima di confermare l’acquisto, una serie di garanzie che attestino l’autenticità dell’opera. E poi - prosegue Russo - verificare la presenza di un catalogo ragionato che comprenda tutti i dettagli sulla paternità e chiedere una conferma all’archivio di riferimento che quell’opera sia effettivamente quella riprodotta nel suddetto catalogo generale”.
Richiedere un’autentica con foto dalla galleria, così da identificare i proprietari precedenti, le condizioni e i luoghi in cui l’opera è stata esposta può essere un buon inizio. Dopo il quale si può pretendere una expertise dell’archivio ufficiale dell’artista, con una perizia firmata e timbrata del venditore. E infine, verificare i passaggi in aste internazionali, che spesso sono un buon indice di originalità e qualità dell’opera. “Un ruolo particolare - sottolinea Russo - è ricoperto dagli archivi, che con la loro documentazione certificano la legittima provenienza e la tracciabilità del lavoro dell’artista. Inoltre, dato il crescente valore del mercato, sarebbe quanto mai opportuno una pubblicazione periodica da parte degli archivi, su cui riportare le immagini delle opere catalogate nel periodo di riferimento. Tutto questo porterebbe in maniera estremamente efficace a rendere il mercato dell’arte contemporanea italiana trasparente ed affidabile, oltre a permettere un monitoraggio costante da parte delle forze dell’ordine”.
Molti esperti hanno anche fatto notare l’opportunità di una maggiore collaborazione con le forze dell’ordine, magari rendendola quasi automatica per ogni valutazione. A oggi, invece, la richiesta di intervento è del tutto discrezionale. Una cooperazione di tutti gli operatori potrebbe diminuire gli illeciti e le truffe, garantendo un approccio all’arte meno “apprensivo” e restituendo al mercato l’equilibrio tra domanda e offerta. Perché alla fine il vero affare consiste nell’acquistare un’opera operando su canali limpidi e pagandola un prezzo commisurato al suo valore. Sarà poi il tempo a giustificare l’investimento, di solito quantificabile da un punto di vista oggettivo. E se poi ci si imbatte nel capolavoro, allora il piacere nella fruizione sarà difficile da commisurare.
fonte dati IL VELINO
Un fenomeno al quale concorre il fatto che le opere sono percepite sempre più come un investimento e addirittura un “bene rifugio”. Anche perché nell’arte contemporanea, l’idea spesso ha la prevalenza sull’esecuzione, che per sua stessa natura può essere delegata a terzi, cosicché appare difficile avere la certezza assoluta del controllo dell’autore ed è più alto il rischio di falsi. Come nel caso dei falsi arazzi di Boetti. Ma allora, considerando le problematiche relative al diritto d’autore, al pezzo unico e al multiplo in scultura e alla regolamentazione in tema di fotografia ( per cui le copie se in numero limitato e firmate possono essere considerate come originali), come si può tutelare un collezionista o semplicemente chi si appresta ad acquistare un’opera? “Non ci sono certezze - ammette al VELINO il gallerista Fabrizio Russo - ecco perché occorre sempre che l’acquirente si avvicini al mercato dell’arte con consapevolezza e cognizione di causa, rivolgendosi a interlocutori seri affidabili e ufficiali. Buone gallerie in primo luogo, alle quali richiedere ed esigere, prima di confermare l’acquisto, una serie di garanzie che attestino l’autenticità dell’opera. E poi - prosegue Russo - verificare la presenza di un catalogo ragionato che comprenda tutti i dettagli sulla paternità e chiedere una conferma all’archivio di riferimento che quell’opera sia effettivamente quella riprodotta nel suddetto catalogo generale”.
Richiedere un’autentica con foto dalla galleria, così da identificare i proprietari precedenti, le condizioni e i luoghi in cui l’opera è stata esposta può essere un buon inizio. Dopo il quale si può pretendere una expertise dell’archivio ufficiale dell’artista, con una perizia firmata e timbrata del venditore. E infine, verificare i passaggi in aste internazionali, che spesso sono un buon indice di originalità e qualità dell’opera. “Un ruolo particolare - sottolinea Russo - è ricoperto dagli archivi, che con la loro documentazione certificano la legittima provenienza e la tracciabilità del lavoro dell’artista. Inoltre, dato il crescente valore del mercato, sarebbe quanto mai opportuno una pubblicazione periodica da parte degli archivi, su cui riportare le immagini delle opere catalogate nel periodo di riferimento. Tutto questo porterebbe in maniera estremamente efficace a rendere il mercato dell’arte contemporanea italiana trasparente ed affidabile, oltre a permettere un monitoraggio costante da parte delle forze dell’ordine”.
Molti esperti hanno anche fatto notare l’opportunità di una maggiore collaborazione con le forze dell’ordine, magari rendendola quasi automatica per ogni valutazione. A oggi, invece, la richiesta di intervento è del tutto discrezionale. Una cooperazione di tutti gli operatori potrebbe diminuire gli illeciti e le truffe, garantendo un approccio all’arte meno “apprensivo” e restituendo al mercato l’equilibrio tra domanda e offerta. Perché alla fine il vero affare consiste nell’acquistare un’opera operando su canali limpidi e pagandola un prezzo commisurato al suo valore. Sarà poi il tempo a giustificare l’investimento, di solito quantificabile da un punto di vista oggettivo. E se poi ci si imbatte nel capolavoro, allora il piacere nella fruizione sarà difficile da commisurare.
fonte dati IL VELINO
© 2021 MiC - Pubblicato il 2020-10-27 22:27:16 / Ultimo aggiornamento 2020-10-27 22:27:16