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CONCORSO MIBACT NON È A SFAVORE DELLE BIBLIOTECHE
Testo del comunicato
La scorsa settimana è stato bandito il concorso per assumere 500 funzionari antropologi, archeologi, architetti, archivisti, bibliotecari, demoetnoantropologi, esperti di promozione e comunicazione, restauratori, storici dell’arte.
Il concorso si inserisce nell’ambito di una serie di misure che hanno accompagnato le riforme attuate dal Governo nel settore della cultura, assicurando anche maggiori risorse: il bilancio del Mibact è tornato sopra i due miliardi di euro, con un incremento del 36 per cento, cui va aggiunto il miliardo stanziato dal Cipe. Per gli archivi e le biblioteche, la legge di stabilità 2015 ha elevato le risorse complessive da 22 a 46 milioni di euro: il bilancio della Biblioteca nazionale di Firenze è passato da appena 1 milione a 3 milioni di euro; il bilancio di quella di Roma da 1,5 a 5 milioni di euro; quello dell’Istituto centrale per il catalogo unico delle biblioteche italiane e per le informazioni bibliografiche da 1,5 a 2,5 milioni di euro; e la lista è ancora lunga.
L'articolo di Francesco Erbani “Biblioteche, i vertici lasciano per protesta”, pubblicato su La Repubblica del 28 maggio 2016, riporta le posizioni di diversi studiosi, alcuni dei quali da me nominati nel Consiglio superiore Beni culturali e nel Comitato tecnico scientifico per le biblioteche. Questi studiosi, in vero, hanno riconosciuto le importanti misure adottate da questo governo, salvo però criticare aspramente la scelta di mettere a bando 25 posti di bibliotecario tra i 500 disponibili. Diviene allora doveroso fare chiarezza.
La distribuzione dei 500 posti tra i 9 profili contemplati dalla legge – tutti egualmente in sofferenza e tutti aventi pari dignità – è stata compiuta secondo l’unico criterio possibile: la equa e proporzionale assegnazione di risorse umane a ciascun profilo. Per ciascun di questi è stato così calcolato proporzionalmente il numero di posti in relazione ai 500 da mettere a bando: 90 archeologi su 136 carenze in pianta organica; 130 architetti su 198 carenze; 95 archivisti su 146 carenze; 40 storici dell’arte su 61 carenze; 30 funzionari della promozione e comunicazione su 50; e così via. I posti a concorso per il profilo bibliotecario sono dunque 25 sul totale nazionale di 41 carenze, il solo parametro rilevante ai fini del bando.
Questo criterio – condiviso anche con le organizzazioni sindacali – era l’unica scelta capace di assicurare un’equa ripartizione tra profili. Allontanarsi da tale criterio avrebbe dato adito a infinite discussioni sul perché favorire un profilo rispetto a un altro, con osservazioni valide da una parte e dall’altra. Basti citare che l’età media più alta – e dunque la maggiore incidenza delle cessazioni – è degli archivisti, non dei bibliotecari. Non solo: i funzionari bibliotecari in servizio sono attualmente i più numerosi nel Ministero, 796, contro 333 archeologi, 495 architetti, 549 archivisti o 351 storici dell’arte o ancora 33 funzionari per la promozione e comunicazione.
Come avremmo dovuto procedere altrimenti? Avremmo dovuto arbitrariamente ignorare le dotazioni organiche e distribuire i posti premiando un profilo a danno di un altro?
Quanto alla ripartizione geografica dei posti, se si resta ai bibliotecari, a fronte delle carenze di alcune Regioni, ve ne sono altre (es. Campania, Calabria o Abruzzo) dove i bibliotecari risultano in forte esubero. Il problema, quindi, andrebbe riferito non tanto alla carenza in sé del personale bibliotecario, quanto all’irragionevole squilibrio territoriale accumulatosi negli ultimi trenta anni. Per queste ragioni, i 25 posti messi a concorso sono stati distribuiti in modo da rafforzare le Regioni più in difficoltà, come appunto il Lazio e la Toscana. Ed è in questo squilibrio, più o meno generalizzato per tutti i profili e frutto di decennali politiche assunzionali poco attente alle reali esigenze dell’amministrazione, che va inquadrato il minore numero di posti messi a bando nelle Regioni meridionali, dove si registrano spesso eccedenze.
Fatico francamente a comprendere, poi, i rilievi circa i requisiti previsti dai bandi, adottati nel rispetto della contrattazione collettiva nazionale. I requisiti sono diretti a selezionare i più capaci e meritevoli, sulla base dei titoli, delle esperienze e delle rigorose prove di esame che saranno svolte. Sono riconosciute la ricerca e lo studio nell’Università e le attività maturate sul campo. Le commissioni d’esame saranno nazionali e composte da professori universitari, esperti, avvocati dello Stato o consiglieri di Stato, ciascuna presieduta da un dirigente dell’Amministrazione. I membri saranno designati non dalla “politica”, ma dal Segretario generale del Mibact, vertice amministrativo. La graduatoria sarà unica nazionale per ciascun profilo e i vincitori, come nei concorsi per magistratura, sceglieranno dove andare. Non sono previste quote o riserve per gli interni. Le prove saranno scritte e orali, precedute da una prova selettiva trasversale per tutti i profili. Un concorso molto serio, che forse proprio per questo ha allarmato molti.
Dario Franceschini
© 2021 MiC - Pubblicato il 2020-10-27 22:30:06 / Ultimo aggiornamento 2020-10-27 22:30:06